Gli arresti cardiaci intraospedalieri (IHCA) rappresentano una delle emergenze più critiche in ambito sanitario, con un’incidenza stimata tra 1 e 3 casi ogni 1.000 ricoveri. Nonostante si tratti di eventi relativamente rari, il loro impatto clinico è elevato e i tassi di sopravvivenza restano limitati, generalmente compresi tra il 15% e il 30%.
Il punto, però, non è l’evento in sé. Il punto è ciò che accade prima.
Indice degli argomenti
Arresti cardiaci: i segnali non sono intercettati tempestivamente
Nella maggior parte dei casi, l’arresto cardiaco non è un evento improvviso, ma il risultato di un deterioramento clinico progressivo, spesso rilevabile nelle ore precedenti. Il problema è che questi segnali, pur essendo presenti, non vengono intercettati in modo tempestivo. E questo non è un limite tecnologico: è un limite di modello.
Per anni, gli ospedali hanno costruito i propri processi attorno a logiche intermittenti: controlli a campione, soglie di allerta statiche, sistemi di comunicazione non contestualizzati. Un approccio che oggi mostra tutti i suoi limiti, soprattutto in contesti complessi come le strutture a camere singole, dove la visibilità sul paziente è ridotta e la tempestività diventa un fattore critico.
Da una logica reattiva a una logica predittiva
In questo scenario, continuare a ragionare in termini di “gestione dell’emergenza” non è più sufficiente. Serve un cambio di paradigma: passare da una logica reattiva a una logica predittiva.
Questo significa integrare monitoraggio continuo, sistemi di early warning e gestione intelligente degli allarmi all’interno dei workflow clinici. Non come elementi separati, ma come parti di un sistema coerente, capace di trasformare il dato in azione.
Un caso concreto: non solo nuova tecnologia, ma ripensamento del modello operativo
In un ospedale da 700 posti letto nel Sud-Est asiatico, con un percorso paziente già ampiamente digitalizzato e certificazione HIMSS livello 7, il modello tradizionale mostrava comunque criticità rilevanti. I team clinici facevano affidamento su controlli di monitoraggio intermittenti, con conseguenti ritardi nell’identificazione del deterioramento. Gli avvisi venivano inviati in modo esteso, senza contesto clinico, generando ambiguità sulle responsabilità e contribuendo al fenomeno della cosiddetta alarm fatigue.
Il risultato era paradossale: nonostante la presenza di sistemi digitali, la comunicazione restava inefficace e gli interventi spesso tardivi o non prioritizzati correttamente.
La risposta non è stata introdurre nuova tecnologia in modo isolato – tecnologia per la quale si è avvalsa del supporto di Ascom (di cui chi scrive è Country Manager Italy, ndr.) – ma ripensare il modello operativo.
Arresti cardiaci: l’importanza del ridisegno del workflow di comunicazione
L’integrazione del monitoraggio continuo tramite dispositivi indossabili ha consentito di superare la dipendenza dai controlli a campione, offrendo visibilità in tempo reale sulle condizioni del paziente. Parallelamente, l’ottimizzazione del punteggio NEWS2 ha migliorato la capacità di identificare i pattern di deterioramento specifici dei pazienti a rischio di arresti cardiaci intraospedalieri.
Ma il vero elemento trasformativo è stato il ridisegno del workflow di comunicazione: gli allarmi sono stati filtrati, arricchiti con contesto clinico e instradati in modo mirato al team di Rapid Response, migliorando responsabilità e tempestività dell’intervento.
Questo passaggio è cruciale. Perché il problema non è mai stato la mancanza di dati, ma la capacità di renderli rilevanti nel momento giusto e per le persone giuste.
Cosa raccontano i numeri: i risultati raggiunti
I risultati sono indicativi. La modifica del punteggio NEWS2 e l’ottimizzazione del processo hanno portato a una riduzione del 53% degli arresti cardiaci intraospedalieri che richiedono il trasferimento in terapia intensiva, passando da 1,6 a 0,85 casi per 1.000 pazienti.
Allo stesso tempo, i tempi di risposta sono scesi a 26 secondi, mentre il monitoraggio continuo ha ridotto significativamente il tempo necessario per la rilevazione dei parametri vitali e migliorato l’accuratezza dei dati clinici.
Questi numeri raccontano qualcosa di più di un miglioramento operativo. Dimostrano che è possibile intervenire prima che l’evento si verifichi, trasformando un sistema reattivo in un sistema capace di anticipare il rischio.
Arresti cardiaci intraospedalieri: non solo tecnologia, serve governance clinica
Ma c’è un punto che non può essere ignorato. La tecnologia, da sola, non risolve il problema.
Il vero cambiamento avviene quando monitoraggio, scoring e comunicazione vengono integrati all’interno di un modello organizzativo coerente, in cui ruoli, responsabilità e processi sono chiaramente definiti. Senza questo livello di integrazione, anche le migliori soluzioni rischiano di generare solo più dati, più allarmi, più complessità.
La prevenzione degli arresti cardiaci intraospedalieri non è quindi una questione tecnologica, ma una questione di governance clinica che oggi non è più rimandabile.
Continuare a basarsi su modelli intermittenti significa accettare che segnali evidenti di deterioramento vengano persi e accettare che l’intervento avvenga quando è già troppo tardi. Al contrario, adottare un approccio integrato significa riconoscere che il dato clinico ha valore solo se è contestualizzato, interpretato e trasformato in azione tempestiva.
Gli ospedali che sapranno fare questo passaggio non miglioreranno solo i propri indicatori, ma cambieranno il modo stesso in cui si gestisce il rischio clinico.
Riferimenti bibliografici
Merchant, R. M., et al.
Incidence of treated cardiac arrest in hospitalized patients in the United States
Critical Care Medicine, 2011.
European Resuscitation Council (ERC)
European Resuscitation Council Guidelines 2021: Epidemiology of cardiac arrest and systems saving lives
Resuscitation, 2021.
Andersen, L. W., et al.
In-hospital cardiac arrest: epidemiology, outcomes, and treatment
Critical Care, 2022.
American Heart Association (AHA)
Get With The Guidelines® – Resuscitation Registry
American Heart Association, dati aggiornati.
Benjamin, E. J., et al.
Heart Disease and Stroke Statistics—2023 Update: A Report From the American Heart Association
Circulation, 2023.


