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AI, disabilità e sport: prima la persona. Poi la tecnologia



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L’intelligenza artificiale può rendere lo sport per le persone con disabilità più sicuro, accessibile e su misura, ma solo se è il sistema ad adattarsi alla persona, e non il contrario. Servono dati ben protetti, valutazione d’impatto, supervisione umana e una governance che renda la responsabilità tracciabile

Pubblicato il 2 set 2026

Cristina Vorraro

Healthcare Project Manager – AI Governance & Risk Management

Stefano Gorla

Technical Department Acm Axe



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Cominciamo da una cosa semplice. Mettiamo da parte, per un istante, gli algoritmi, i sensori, le dashboard. E proviamo a tenere davanti agli occhi una persona.

C’è chi vuole tornare a muoversi dopo un trauma e non sa ancora se il suo corpo glielo concederà. C’è chi desidera fare sport senza che ogni allenamento diventi un azzardo. C’è una famiglia che da un giorno all’altro ha visto cambiare il proprio mondo e adesso cerca un orizzonte. C’è un professionista sanitario che accompagna quella persona lungo tutto il percorso – la cura, la riabilitazione, il rientro a casa. E c’è un tecnico che, quando entra in campo, non allena soltanto una prestazione: allena una possibilità di autonomia.

Prima la persona, poi la tecnologia

Prima di ogni tecnologia c’è una persona. E ogni sensore, ogni modello, ogni numero esiste per servire una vita concreta, con la sua fatica, le sue paure e i suoi desideri.

Partiamo da qui. Non perché suoni bene, ma perché è il punto di metodo più importante di tutta questa storia. Quando si parla di intelligenza artificiale applicata allo sport per le persone con disabilità, il rischio più insidioso non è quello tecnologico. È perdere di vista la persona dietro il dato.

Perché per chi vive una disabilità lo sport quasi mai è “solo” sport. È spesso un ritorno alla vita: identità ritrovata, salute mentale che si rimette in moto, relazioni, fiducia in sé ricostruita un gesto alla volta. È, a tutti gli effetti, un progetto di vita.

Non una nicchia: una questione che riguarda tutti

Cominciamo dalle dimensioni, perché aiutano a capire la posta in gioco.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Disability and Health Fact Sheet, 2023), circa 1,3 miliardi di persone – il 16% della popolazione mondiale – vivono una condizione di disabilità significativa. Non una minoranza ai margini, ma una parte enorme dell’umanità che ogni giorno incontra barriere nell’accesso alla salute, ai servizi, alla vita sociale.

E quelle barriere, come ha mostrato il Global Report on Health Equity for Persons with Disabilities (WHO, 2022), spesso non stanno nella persona, ma in come sono costruiti gli ambienti intorno a lei. È la prospettiva del modello biopsicosociale dell’ICF (WHO, 2001): la disabilità nasce dall’incontro tra persona, ambiente, ostacoli e facilitatori. In Italia oggi è anche legge: il D.Lgs. 62/2024 mette al centro la valutazione multidimensionale e il progetto di vita personalizzato.

E lo sport non è un accessorio in questo quadro. Le Linee guida OMS sull’attività fisica (2020) legano apertamente movimento, prevenzione e qualità della vita, anche per chi ha una disabilità. La cornice dei diritti lo conferma: l’articolo 30 della Convenzione ONU (2006) riconosce il diritto a partecipare allo sport su base di uguaglianza, e la Carta UNESCO (2015) lo definisce strumento di inclusione. Parlare di sport per le persone con disabilità significa quindi parlare di salute pubblica, prevenzione, riabilitazione e diritti. E l’AI, qui dentro, va letta prima di tutto come una possibile infrastruttura di accessibilità e sicurezza, non come l’ennesima rincorsa alla prestazione.

Da uno sport “adattato” a uno sport “aumentato”

Per decenni lo sport adattato ha fatto un lavoro prezioso: modificare regole, ambienti e attrezzi. Rendere un campo accessibile, adeguare un’attrezzatura, creare categorie di gara, prevedere guide e assistenti. Tutto questo resta fondamentale, e nulla di ciò che segue lo sostituisce.

Oggi, però, si affaccia un passo ulteriore, che potremmo chiamare sport aumentato. L’atleta non riceve più soltanto un ausilio: interagisce con sistemi capaci di leggere, istante per istante, la relazione tra corpo, gesto, ambiente e obiettivo. Un algoritmo validato può aiutare a cogliere movimenti che l’occhio fatica a vedere, a distinguere un errore tecnico da una limitazione funzionale, a tradurre un’informazione visiva in un segnale sonoro o tattile per un atleta cieco o sordo. Le applicazioni spaziano dall’analisi del movimento alla prevenzione dei sovraccarichi, dalla personalizzazione dell’allenamento al ritorno graduale dopo un infortunio, fino alla sicurezza negli ambienti outdoor e al monitoraggio del carico.

La revisione sistematica di Rum e colleghi (Sensors, 2021) documenta proprio la crescita dei sensori indossabili in questo campo, mentre studi biomeccanici recenti (Salzmann et al., Journal of Biomechanics, 2025) ne approfondiscono l’analisi del gesto.

Ma c’è un terzo passaggio, ed è quello decisivo: lo sport governato. Perché senza una cornice di regole e responsabilità, anche la tecnologia più brillante resta una promessa fragile, e a volte un rischio.

Dietro il dato, la persona

Qui sta il cuore di tutto. Nessun dato – da un sensore, da una videoanalisi, da un wearable, da una protesi, da una carrozzina – è mai soltanto un dato tecnico.

Un picco di carico sulla spalla di un atleta in carrozzina racconta fatica, ma può nascondere anche una compensazione e un dolore taciuto. Una variazione nell’andatura segnala a volte un miglioramento, altre volte una paura. Un tracciato misura un recupero funzionale oppure quella testardaggine con cui qualcuno prova a riprendersi la propria vita. Lo stesso numero indica un rischio da prevenire o una possibilità da riaprire.

Il dato può misurare un movimento, ma non può comprendere da solo il significato che quel movimento ha nella vita di una persona.

Per questo alcune distinzioni vanno tenute ferme, sempre. Un alert non è una diagnosi. Un punteggio di rischio non è una prescrizione. Un algoritmo non sostituisce il medico, il fisioterapista, l’allenatore o la relazione umana.

L’AI può supportare, può contribuire, può aiutare a riconoscere pattern – se validata e integrata con la supervisione di un professionista. Non diagnostica, non cura e non previene con certezza. Raccontarla come soluzione miracolosa, oltre che scientificamente scorretto, sarebbe un torto proprio alle persone che dovrebbe aiutare.

Il principio è semplice: l’AI è davvero tecnologia assistiva quando aiuta il sistema ad adattarsi alla persona, e non quando chiede alla persona di adattarsi alla tecnologia.

I rischi, guardati in faccia

Sarebbe ingenuo fermarsi all’entusiasmo. I rischi sono concreti, e meritano onestà.

IL BIAS ALGORITMICO
Un modello addestrato su corpi e movimenti non rappresentativi rischia di funzionare peggio proprio con chi ne avrebbe più bisogno. Un sistema che non riconosce bene una protesi o una carrozzina non sbaglia a caso: sbaglia in modo sistematico. Ecco perché validare su popolazioni rappresentative è una questione di equità, non un dettaglio tecnico.

I DATI BIOMETRICI E SANITARI
Frequenza cardiaca, attivazione muscolare, immagini del corpo, pattern di movimento sono tra i dati più delicati che esistano. Sono ciò che la normativa europea chiama categorie speciali, quelle che richiedono protezione rafforzata. Nel mondo paralimpico, l’International Standard for Classification Data Protection dell’IPC (2025) aggiunge tutele specifiche per i dati medici e funzionali di classificazione.

L’EQUITÀ COMPETITIVA
La classificazione paralimpica nasce per rendere giusti i confronti tra atleti (Tweedy & Vanlandewijck, BJSM, 2011), e il 2025 IPC Classification Code lavora su una linea sottile: distinguere la tecnologia che compensa una barriera da quella che aggiunge un vantaggio improprio. È il punto in cui salute e competizione si toccano, perché lo stesso strumento utile in riabilitazione può diventare problematico in gara, e va valutato in modo diverso a seconda del contesto.

L’ACCESSIBILITÀ ECONOMICA
Se l’AI resta privilegio di chi può permettersela, l’inclusione si capovolge nel suo contrario: tra atleti con e senza risorse, tra contesti ricchi e contesti lasciati indietro si apre una nuova disuguaglianza, questa volta tecnologica.

La governance: come si risponde ai rischi

Se i rischi sono questi, la buona notizia è che esistono strumenti per governarli, a patto di usarli prima e non dopo. Il principio guida è anticipare. Per ogni sistema che incide su salute, sicurezza o diritti, la domanda non è solo “funziona?”, ma “che effetto avrà sulla vita delle persone?”.

È ciò che il diritto europeo chiede con le valutazioni d’impatto: il GDPR (Reg. UE 2016/679, art. 35) impone di valutare i rischi prima di trattare dati sensibili come quelli sanitari e biometrici, mentre l’AI Act (Reg. UE 2024/1689), primo quadro organico al mondo sull’intelligenza artificiale, aggiunge per i sistemi più delicati una valutazione d’impatto sui diritti fondamentali. Dietro l’aspetto tecnico c’è una domanda etica: questa soluzione amplia la dignità e l’autonomia della persona, o la riduce a una somma di parametri?

Tradotta nella pratica quotidiana, una governance responsabile poggia su pochi pilastri concreti: validare i sistemi su popolazioni rappresentative; dichiarare con chiarezza quali dati si raccolgono, perché e con quali limiti; garantire una supervisione umana reale, non di facciata; assicurare consenso informato e raccogliere solo i dati necessari; stabilire di chi è la responsabilità; prevedere verifiche periodiche e indipendenti. Non sono adempimenti burocratici: sono ciò che separa una tecnologia di cui fidarsi da una promessa che nessuno può verificare.

A queste regole si affiancano standard tecnici internazionali che aiutano a trasformare i principi in pratiche ripetibili. Le norme ISO/IEC dedicate all’intelligenza artificiale – tra cui quelle sui sistemi di gestione dell’AI e sulla gestione del rischio – offrono un linguaggio condiviso per documentare processi, ruoli e controlli. Non sostituiscono la legge, ma permettono a una federazione, a un club o a un centro di riabilitazione di dimostrare in modo strutturato che l’AI è gestita con criterio. Rendono la responsabilità non solo dichiarata, ma tracciabile.

La qualità di un sistema di AI non si misura solo da quanto è accurato, ma da quanto è verificabile: chi risponde, con quali dati, sotto quale controllo umano.

AI in sanità: il filo che torna alla salute

E così si chiude il cerchio, tornando da dove eravamo partiti: la persona e la sua presa in carico. Lo sport per le persone con disabilità non vive in una bolla separata dalla sanità. Si colloca lungo la continuità tra ospedale e territorio, dentro un’équipe che intreccia medici, fisioterapisti, tecnici, famiglie e atleti.

Strumenti come il WHODAS 2.0 (WHO, 2012) permettono di misurare ciò che conta davvero: il funzionamento, la partecipazione e l’autonomia nella vita reale, non solo il risultato in gara. È su queste dimensioni – outcome di salute, qualità della vita, equità di accesso – che andrebbe pesata qualsiasi tecnologia. L’AI, in sanità, come nello sport, ha senso solo se migliora questi esiti per le persone. Per tutte le persone.

Una rotta possibile

Come si passa dai principi alla pratica senza farsi travolgere dall’entusiasmo tecnologico? Una rotta sensata si muove per gradi.

Prima si ascolta – persone, famiglie, atleti, tecnici, professionisti sanitari, perché sono loro a conoscere i bisogni veri. Poi si mappa: quali barriere, quali rischi, quali priorità reali. Quindi si sceglie, concentrandosi su pochi casi d’uso ad alto valore invece di rincorrere l’innovazione più scenografica. A quel punto si definisce il perimetro: dati minimi necessari, consenso, responsabilità, supervisione. Infine si misura l’impatto reale su partecipazione, sicurezza, autonomia, qualità di vita ed equità, perché ciò che non si misura non si può migliorare.

La priorità non è la tecnologia più avanzata, ma l’ecosistema più credibile: utile, proporzionato, comprensibile, sicuro e accessibile.

La vera innovazione

L’intelligenza artificiale può fare molto: rendere accessibili gli ambienti, anticipare i rischi, restituire informazioni preziose, allargare i margini di autonomia. Ma il suo valore non si misurerà mai nella quantità di dati che riesce a estrarre da un corpo.

La vera innovazione non sarà avere più dati sul corpo dell’atleta, ma costruire sistemi capaci di rispettare la persona, proteggerne la dignità e ampliare concretamente le sue possibilità di vita.

Perché uno sport più accessibile, sicuro e giusto non riguarda soltanto gli atleti con disabilità. Riguarda il tipo di comunità che scegliamo di essere. E quella, alla fine, è una responsabilità di tutti.

Riferimenti bibliografici

• WHO, Disability and Health Fact Sheet, 2023.

• WHO, Global Report on Health Equity for Persons with Disabilities, 2022.

• WHO, International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF), 2001.

• WHO, WHO Disability Assessment Schedule 2.0 (WHODAS 2.0), 2012.

• WHO, Guidelines on Physical Activity and Sedentary Behaviour, 2020.

• UN, Convention on the Rights of Persons with Disabilities, art. 30, 2006.

• UNESCO, International Charter of Physical Education, Physical Activity and Sport, 2015.

• Regolamento UE 2024/1689, Artificial Intelligence Act.

• Regolamento UE 2016/679, GDPR (in particolare art. 35).

• ISO/IEC 42001:2023; ISO/IEC 23894:2023, Artificial intelligence (management system; risk management).

• D.Lgs. 3 maggio 2024, n. 62.

• IPC, 2025 Classification Code; International Standard for Classification Data Protection, 2025.

• Rum L. et al., Wearable Sensors in Sports for Persons with Disability: A Systematic Review, Sensors, 2021.

• Tweedy SM, Vanlandewijck YC, Classification in Paralympic sport, British Journal of Sports Medicine, 2011.

• Salzmann et al., Journal of Biomechanics, 2025.

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