AI & Data Governance

AI e dati al centro della Sanità: criticità, sfide da vincere e possibili soluzioni



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La InterSystems Italian Healthcare Conference 2026 ha riunito oltre 200 esperti per confrontarsi su interoperabilità, governance dei dati ed AI in Sanità. Senza standard condivisi, coinvolgimento dei professionisti, normative chiare e una forte governance, l’AI rischia di rimanere una promessa. Casi virtuosi e soluzioni tecnologiche avanzate, tuttavia, mostrano come i dati di qualità abilitino l’innovazione

Pubblicato il 11 mar 2026



AI e dati in sanita

Come trasformare la massa critica di dati sanitari in valore clinico e operativo attraverso l’intelligenza artificiale?

Rispondere a questo quesito accende il motore dell’innovazione in Sanità, indicando la direttrice d’azione a ogni professionista apicale delle organizzazioni sanitarie e delle amministrazioni pubbliche.

La InterSystems Italian Healthcare Conference 2026, svoltasi il 29 gennaio presso l’Excelsior Hotel Gallia di Milano, ha rappresentato un momento di alto confronto su questo tema, coinvolgendo più di 200 rappresentanti del settore sanitario, tra direttori generali, CIO, responsabili di sistemi informativi, manager regionali e clinici innovatori.

L’evento, dal titolo “Unifying Healthcare: valorizzare i dati nell’era dell’intelligenza artificiale”, ha inteso fare il punto e analizzare gli snodi cruciali da cui dipende lo sviluppo virtuoso del sistema Sanità: l’interoperabilità dei dati, la loro governance e l’impatto dell’AI sui processi clinici e operativi.

Il convegno ha evidenziato anche che, prima di parlare di AI, occorre affrontare le criticità che rallentano l’innovazione concreta del settore. Difatti, non basta integrare sistemi, non basta digitalizzare i processi: è necessario, invece, passare dall’informatica compilativa con finalità amministrativa all’informatica che supporta davvero la cura. Un cambio di paradigma, una trasformazione culturale significativa, quindi, che va ben oltre le capacità attuali della tecnologia: dal dato come sottoprodotto burocratico al dato come asset strategico, tracciabile, standardizzato, affidabile.

L’agenda ha esplorato anche l’integrazione di nuove tecnologie AI per superare la frammentazione dei dati sanitari, favorendo una sanità data-driven e paziente-centrica, in linea con gli obiettivi del PNRR e del Fascicolo Sanitario Elettronico.

Difatti, il mercato tecnologico reagisce proattivamente a questi bisogni, anticipando soluzioni sviluppate ad hoc che stanno mostrando un potenziale enorme in questo senso, ma che richiedono una preparazione sistemica del dato e una consapevolezza digitale di tutti gli stakeholder sulle quali c’è ancora da lavorare.

Il sistema Sanità è pronto ad accogliere le soluzioni più innovative? Quali sono le criticità e come è possibile superarle?

La mera integrazione dei dati è sufficiente? E dove si è giunti in termini di interoperabilità e governance dei dati?

I pain point: tempo rubato alla cura e fiducia compromessa

Nico Bondi, Country Manager di InterSystems Italia, ha aperto i lavori con una provocazione significativa: “Un terzo della visita medica non è visita“. Le attività amministrative – compilazione di moduli, inserimento ripetitivo di informazioni, navigazione tra sistemi non comunicanti – sottraggono tempo prezioso al rapporto medico-paziente. Il professionista sanitario si trova così, spesso, a interagire più con interfacce software che con le persone.

Bondi ha evidenziato due obiettivi dell’innovazione: recuperare il tempo di cura e garantire la fiducia nel dato. Sulla fiducia si gioca la partita dell’AI in sanità: quando un algoritmo suggerisce una diagnosi o un percorso terapeutico, il medico deve poter verificare la provenienza di quell’informazione, la sua tracciabilità, la sua coerenza semantica. In assenza di queste condizioni, l’AI rimane un esercizio accademico, inutilizzabile nella pratica clinica quotidiana.

La tecnologia, ha concluso, deve avere un obiettivo chiaro: liberare i clinici dalle incombenze amministrative, restituendo loro il ruolo centrale di validazione clinica e decisione diagnostico-terapeutica.

La fotografia del mercato italiano tra opportunità di crescita e criticità strutturali

Nel suo keynote, Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE e tra le voci più autorevoli nel dibattito sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale, ha offerto una lettura lucida e indipendente della trasformazione digitale in sanità.

Il suo intervento ha messo in evidenza come infrastrutture digitali, alfabetizzazione, riduzione delle disuguaglianze e governance dei dati siano condizioni imprescindibili per rendere l’intelligenza artificiale realmente utile al SSN. Richiamando dati europei e nazionali su PNRR, Fascicolo Sanitario Elettronico e maturità dell’AI, Cartabellotta ha sottolineato che senza visione strategica, investimenti strutturali e solide garanzie etiche e normative, il divario tra innovazione tecnologica e benefici per cittadini e sistema sanitario rischia di ampliarsi.

Un contributo che ha riportato il dibattito su un piano di responsabilità pubblica, collocando l’innovazione digitale dentro una prospettiva di equità, sostenibilità e interesse collettivo.

Annamaria Di Ruscio, Amministratrice Delegata di NetConsulting Cube, ha presentato i dati della ricerca “Sanità Digitale 2025” attraverso uno spaccato sullo stato dell’interoperabilità in Italia.

I numeri raccontano di una sanità digitale in evoluzione, ma ancora molto frammentata, in un contesto già di per sé poco preparato a sostenere un’innovazione sistemica.

Ebbene, se sul fronte dell’interoperabilità tecnologica e sintattica possiamo guardare al futuro con relativo ottimismo, più complessa appare la situazione sul fronte dell’interoperabilità semantica e, soprattutto, organizzativa.

Sul versante tecnologico:

  • L’adozione di standard internazionali (HL7, FHIR, SNOMED CT) coinvolge il 79% delle organizzazioni sanitarie intervistate, con un ulteriore 6% in fase di implementazione;
  • I Clinical Data Repository sono diffusi al 67% (8% in corso);
  • Gli Enterprise Service Bus per collegare sistemi eterogenei raggiungono il 59%;
  • La migrazione verso il cloud si attesta al 47%, con il 19% in fase di transizione.

E, dal punto di vista dell’interoperabilità sintattica:

  • Il 65% utilizza formati standardizzati per trasferire immagini mediche e referti (16% in corso);
  • Il 41% ha sviluppato strumenti per trasformare dati non standardizzati in formati compatibili (21% in corso);
  • Il 40% dispone di software per automatizzare la conversione tra formati clinici diversi (18% in corso).

Ma è sull’interoperabilità semantica e organizzativa che emergono i gap più significativi: solo il 6% ha collegato i dati semantici con algoritmi di intelligenza artificiale per supportare i medici nel processo decisionale, sebbene il 21% sia in fase di implementazione.
Ancora limitata la presenza di repository centralizzati per l’uniformità dei termini clinici: appena il 25% è operativo (17% in corso).

Il Gateway FSE 2.0 è in fase di collaudo, ma l’approccio regionale resta disomogeneo, con livelli di maturità molto differenti tra territori.

Infine, l’integrazione con il sociale evidenzia numeri ancora più critici. Il 90% delle Regioni auspica un FSE 2.0 comprensivo dei dati relativi all’assistenza sociale, l’84% vorrebbe avviare progetti di digitalizzazione dei PAI per interventi sanitari e sociali per pazienti fragili. Tuttavia, solo l’8% dei CIO ha progetti per creare database condivisi che mappino risorse sanitarie e sociali. La cartella sociale risulta raramente integrata con sistemi regionali o con informazioni sanitarie, con una diffusione disomogenea sul territorio.

Casi virtuosi: l’interoperabilità come scelta strategica

In questo contesto, caratterizzato da luci e ombre, i professionisti della sanità vedono nell’AI uno strumento capace di accelerare lo sviluppo del settore e ne auspicano l’utilizzo.
In effetti, esistono alcuni casi virtuosi di utilizzo di strategie che mettono al centro il valore e l’interoperabilità dei dati. Tra questi, l’Humanitas.

Luciano Ravera, CEO di Humanitas, ha portato la testimonianza di un gruppo privato che ha fatto dell’interoperabilità una scelta strategica. Con 12 ospedali e 25 centri diagnostici, Humanitas ha costruito un sistema integrato basato su dati di qualità. “L’interoperabilità ci permette di dare valore ai dati“, ha spiegato Ravera.

Il primo valore d’uso è la qualità clinica: benchmarking interno ed esterno tramite AGENAS, confronto su mortalità, reinterventi, tassi di infezione. “All’inizio non è stato facile parlare di eventi avversi tra ospedali, oggi lo facciamo in un clima di miglioramento continuo”.

Il secondo valore è la gestione del day-by-day: coordinamento operativo basato su indicatori consistenti che permettono alle direzioni aziendali di prendere decisioni rapide e fondate.

Il terzo, potenzialmente enorme, è la ricerca: partecipazione a trial clinici, grant nazionali ed europei, proposta di innovazione da parte dei clinici. “Tutto questo è ancorato a investimenti IT misurabili tramite KPI economici e qualitativi, monitorati con continuità nel tempo”.

Non a caso, proprio durante l’evento, Humanitas si è aggiudicata il prestigioso Impact Award 2025 per l’Italia, assegnato da InterSystems e dal MIT (Massachusetts Institute of Technology) come “miglior progetto dell’anno” in Italia.

Allo stesso tempo, numerose organizzazioni sanitarie stanno sviluppando iniziative strutturate per rafforzare l’interoperabilità dei dati.

Governance regionale: Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna

La prima tavola rotonda, moderata da Di Ruscio, ha messo a confronto esperienze regionali diverse, ma accomunate da una consapevolezza: l‘interoperabilità è un problema organizzativo, non tecnologico.

“Dobbiamo mettere in campo un governo deciso dell’informazione. Guardare ai dati significa mettersi d’accordo su come codificarli, creando policy precise”, ha spiegato Lorenzo Gubian, direttore generale di Aria (Regione Lombardia). Importantissima è la governance, intesa come “governo dei linguaggi con cui i sistemi informativi colloquiano”.
Nel solco di queste convinzioni, la Lombardia ha investito da tempo sulla Nuova Piattaforma Regionale di Interoperabilità (NPRI), uno strumento flessibile e scalabile capace di incorporare nuovi standard e garantire policy di accesso granulari in linea con il Fascicolo Sanitario Nazionale 2.0. L’obiettivo: evitare che il paziente sia il vettore principale delle informazioni, concentrandosi invece su dati strutturati, codificati uniformemente, accessibili nel momento giusto al professionista giusto.

Anche Pietro Pacini, direttore generale di CSI Piemonte, ha descritto gli avanzamenti del progetto relativo all’interoperabilità: la Regione sta puntando principalmente su un sistema unico amministrativo-contabile, cloud sicuro con oltre 400 amministrazioni migrate, integrazione FSE per immagini diagnostiche senza replicazione. “Tutti gli standard dovrebbero essere ripensati, per giungere a una visione unitaria”. Pacini ha sottolineato anche l’importanza delle competenze digitali ai livelli apicali: “L’interoperabilità è un problema di modelli organizzativi e di decisioni politiche. La tecnologia c’è, mancano cultura e governance”. Guardando alla scadenza PNRR del 30 giugno 2026, Pacini ha espresso fiducia nei fondi europei post-PNRR, pur riconoscendo ritardi nell’intercettare tempestivamente lo sviluppo dell’AI.

Salvatore Urso, referente per la Direzione ICT Sanità, Regione Emilia-Romagna, ha distinto nettamente integrazione da interoperabilità. “Oggi i sistemi sono connessi, ma il dato non è pienamente interoperabile. Ben venga in futuro l’EHDS, che potrebbe essere un vero punto di svolta”.

L’Emilia-Romagna ha raggiunto il 92% di consensi per la consultazione del FSE, ma il sistema rimane più orientato ai cittadini che ai professionisti, perché gestisce documenti anziché dati validati. Il FSE 2.0 con Gateway di validazione semantica e sintattica rappresenta il salto di qualità. Ma Urso ha lanciato un monito: “Non posso pretendere dal professionista un dato che lui non raccoglie perché non è utile clinicamente. Il coinvolgimento dei clinici è essenziale, e va sostenuto con percorsi di incremento delle competenze digitali”.

In vista dell’European Health Data Space: le tre scelte non rinviabili

Nel suo intervento, il Dr. Rami Riman, Director of Clinical and Business Improvements di InterSystems, ha sottolineato come l’intelligenza artificiale stia ridefinendo la sanità non soltanto dal punto di vista tecnologico, ma anche nei modelli organizzativi e nei processi clinici.

Al centro della riflessione, il ruolo imprescindibile dell’interoperabilità e della qualità del dato come condizioni abilitanti per piattaforme realmente capaci di integrare l’AI nei percorsi di cura. In questo scenario, anche l’European Health Data Space (EHDS) rappresenta un passaggio strategico: la capacità di rendere i dati interoperabili, tracciabili e riutilizzabili in modo sicuro diventa un prerequisito non solo tecnologico, ma regolatorio e sistemico.

Sul tema si è espresso anche Claudio Saccavini, Managing Director IHE Catalyst, che ha sollecitato la riflessione partendo da una prospettiva scomoda: “L’interoperabilità è un problema di mercato”. Saccavini ha ricordato che l’EHDS stabilirà formati di scambio vincolanti, policy di privacy a livello nazionale (da definire entro il 2027), certificazioni EHR uniformi. E ha posto domande cruciali: “Chi paga cosa? E quale ruolo avrà il Digital Wallet del cittadino nella gestione dei propri dati sanitari?”.

A suo parere, inoltre, l’Italia deve fare tre scelte nei prossimi 12-18 mesi per non perdere il vantaggio competitivo che l’EHDS rappresenta. Primo: uscire dalla logica top-down. “Non funziona imporre soluzioni dall’alto senza coinvolgere gli attori del territorio”. Secondo: fare scelte nette su infrastrutture e standard, evitando la frammentazione. Terzo: “sprovincializzarsi”, guardando a modelli e best practice europee.

L’evoluzione dei sistemi informativi ospedalieri

Cosa possiamo aspettarci dai player del mondo tecnologico? Sono in grado di fornire soluzioni che mitighino le criticità e diano valore ai dati? Quali caratteristiche possiamo supporre che presenteranno i sistemi informativi ospedalieri dei prossimi anni?

Non si tratta solo di fornire piattaforme e architetture tecnologiche all’avanguardia, ma di creare vere sinergie tra gli attori della sanità e il mercato. Ad esempio, è cruciale collaborare sulla preparazione dei dati e sull’implementazione concreta delle soluzioni nelle organizzazioni sanitarie.

In questo contesto, InterSystems pone al centro le esigenze del cliente, coinvolgendo partner chiave che, a partire da una piattaforma di interoperabilità consolidata ed efficiente, collaborano con le strutture sanitarie per portare soluzioni operative in tempi rapidi.

Tra questi, Deda Next, Koiné Sistemi, Medas e Healthy Reply erano presenti all’evento con stand dedicati, a testimonianza del loro ruolo concreto nel supportare i clienti.

AI in sanità: le soluzioni concrete che anticipano il futuro

Nel pomeriggio, un team multidisciplinare di esperti clinici e di prodotto di InterSystems ha presentato una preview di un sistema informativo ospedaliero di nuova generazione, progettato per integrare in modo nativo funzionalità di Intelligenza Artificiale nei flussi clinici.

La soluzione – attualmente in fase di evoluzione e non ancora disponibile sul mercato europeo – propone un’interfaccia conversazionale capace di comprendere il linguaggio naturale, supportare la documentazione clinica durante la visita, generare automaticamente note strutturate e suggerire sintesi anamnestiche e piani terapeutici coerenti.

Il sistema valorizza dati longitudinali provenienti da fonti eterogenee, offrendo insight contestuali con piena tracciabilità delle fonti, a garanzia di responsabilità clinica e conformità normativa.

Resta centrale il ruolo del professionista sanitario: gli output generati dall’AI sono sempre sottoposti a validazione medica, mantenendo il controllo decisionale in capo al clinico.

La dimostrazione ha evidenziato come il sistema intervenga direttamente nella pratica clinica quotidiana: dalla trascrizione automatica, che può ridurre del 30–50% il tempo dedicato alle note manuali, alle query conversazionali su dati unificati per accedere rapidamente alla storia del paziente, fino alla codifica assistita dall’AI e ad analytics predittivi integrati a supporto dei workflow e delle decisioni evidence-based.

In questo senso, non si tratta di un semplice supporto tecnologico, ma di un cambiamento nel modo in cui il lavoro clinico viene organizzato e valorizzato: la tecnologia diventa parte integrante del processo clinico, contribuendo a liberare tempo per la relazione di cura e ad aumentare la qualità delle informazioni disponibili.

Infine, Massimo Canducci, Innovation & Strategy Director di Spindox, ha esplorato il tema dell’empatia artificiale: AI che simula emozioni per chatbot e interfacce, rispondendo a stati d’animo umani. Un campo delicato, che solleva questioni etiche, ma anche opportunità per migliorare l’engagement di operatori e pazienti.

La tecnologia è al passo. Cosa si può fare di più? Il punto di vista dei protagonisti

Nel corso della seconda tavola rotonda, il moderatore Pietro Presti, esperto di strategia, innovazione e management in Sanità, ha dato voce ai Direttori Generali e ai CIO di ospedali e ASL.

“Quando parliamo di interoperabilità non ci riferiamo solo ai sistemi, ma anche e soprattutto all’organizzazione aziendale, le relazioni tra le unità operative, management, ecc. Difatti, introdurre e integrare nuove tecnologie richiede l’eliminazione dei silos di competenze e uno sforzo importante di visione strategica. In più, l’approccio tecnologico attuale introduce l’AI, ma anche nuove criticità”, ha evidenziato Presti, introducendo quattro ospiti per i quali questi aspetti sono fondamentali e stanno facendo la differenza.

La visione di Callisto Marco Bravi, direttore generale AOUI Verona, per esempio, si concentra sulle persone: “Sto lavorando su benessere organizzativo, dialogo intergenerazionale e lotta alla burocrazia. La digitalizzazione è essenziale, certamente, ma purtroppo è anche il maggior avversario dell’anatocismo burocratico, inteso come appesantimento progressivo delle pratiche burocratiche, per cui il suo sviluppo risulterà sempre ostacolato, in un certo senso”. Bravi ha sottolineato, quindi, il ruolo del capitale umano come chiave di volta e l’AI come strumento per aiutare le persone, non sostituirle.

Carla Giordano, direttore sistemi informativi e ingegneria clinica ASL TO4, punta sul dialogo tra tecnici e clinici. Ha descritto un grande progetto di gestionale sanitario co-progettato con i clinici, perché non sia calato dall’alto e risulti efficace. “Guardiamo con grande interesse all’integrazione dell’AI per presa in carico, refertazione e gestione della turnistica del personale. Sono tutte attività gravose e ripetitive che tolgono tempo alla cura. Vogliamo che l’IT sia percepito come un collaboratore nel quotidiano”.

Marco Foracchia, Direttore ICT AUSL Reggio Emilia, ha inquadrato l’AI in percorsi organici, eliminando i silos manageriali in virtù dell’efficienza sostenibile e della cultura della valorizzazione del dato.
“L’esplorazione che abbiamo fatto in questi anni ci ha portato a focalizzarci oggi sugli elementi di criticità sistemica. Abbiamo creato strumenti per il supporto decisionale e il supporto organizzativo. Nelle nostre esperienze abbiamo inserito l’AI che ci sta consentendo di migliorare la pianificazione chirurgica e la pianificazione automatica del riassetto delle liste d’attesa. Motori agentici che in futuro libereranno gli operatori del CUP da impiegare in altre funzioni, per esempio”.

Maurizio Rizzetto, Chief Technology Officer, Azienda Sanitaria Friuli Occidentale, ha completato il quadro parlando del tema della cyber security. Il dato è un’opportunità, ma anche elemento di rischio. “Oggi coordino il dipartimento tecnico a Pordenone che sta attivando un nuovo ospedale da 500 posti letto. Lì ho potuto rendermi conto di quali sono le nuove sfide, in primis il tema della sicurezza nel mondo dell’OT e dei dispositivi medici, che sono punti di forte debolezza”.

Tra le altre sfide prioritarie c’è l’aspetto normativo, per il quale servono forti competenze, di cui notoriamente c’è carenza, sia nel pubblico che nel privato. “Trovo che nemmeno i player tecnologici siano davvero preparati alla complessità normativa italiana ed europea”, ha fatto notare Rizzetto.

È ormai evidente che non basta più parlare di change management: è necessario promuovere una cultura del cambiamento pervasiva e condivisa

Conclusioni: l’AI amplifica il valore dei dati, ma serve governance

Il convegno ha ribadito un messaggio chiaro: l’intelligenza artificiale in sanità è possibile solo con dati di qualità, standardizzati, tracciabili, governati. L’AI amplifica il valore dei dati, ma non li crea dal nulla. Senza governance forte, senza standard semantici condivisi, senza coinvolgimento attivo dei professionisti e normative chiare, l’AI rischia di rimanere una promessa irrealizzata.

I risultati misurabili – da Humanitas alle ASL territoriali – confermano che gli investimenti IT producono un ritorno dell’investimento quando sono guidati da una visione strategica, da competenze digitali diffuse, da una cultura dell’innovazione che mette al centro le persone: pazienti e professionisti.

L’appuntamento con il 30 giugno 2026 (scadenza PNRR) e il 2028 (EHDS) non è solo una questione di milestone amministrative. È l’occasione per costruire un sistema sanitario data-driven, interoperabile, capace di usare l’intelligenza artificiale per recuperare il tempo della cura e rafforzare la fiducia nel dato. Un sistema in cui il medico non sia più costretto a svolgere un ruolo burocratico, ma un professionista supportato da tecnologie che ascoltano, strutturano, validano, liberando tempo da dedicare a ciò che solo l’intelligenza umana sa fare: prendersi cura.

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