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Ospedale del futuro? Sì, ma attenti a non farlo nascere zoppo



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AI e robot non bastano: occorre orchestrare e governare i processi. La sanità digitale negli ospedali di nuova generazione deve misurarsi con una domanda concreta: quanto tempo libera per chi cura? Il salto di qualità passa da processi meno burocratici e da tecnologie progettate per semplificare il lavoro quotidiano

Pubblicato il 17 lug 2026

Massimo Mattone

Direttore Responsabile HEALTHTECH360.it



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La sanità italiana parla sempre più spesso il linguaggio dell’intelligenza artificiale, della robotica, della medicina predittiva, della telemedicina e dei dati clinici integrati.

È un lessico necessario: diagnosi più tempestive, cure personalizzate e modelli assistenziali più vicini al paziente dipendono anche (e molto) da queste tecnologie.

Ma l’ospedale del futuro rischia di nascere zoppo se trascura il lavoro ordinario di chi lo tiene in piedi ogni giorno.

Il tempo perso per cercare dati, documenti e informazioni tra i silos dei reparti e degli uffici degli ospedali, orientarsi tra direttive di tutti i tipi delle ASL di competenza, verificarne la compliance, raccapezzarsi tra comunicazioni interne frammentate, o magari semplicemente capire quale sia il canale corretto per una richiesta formale: tutto ciò non è un fastidio marginale.

È capacità assistenziale sottratta ai reparti. È attenzione clinica dispersa in attrito organizzativo. È energia professionale consumata prima ancora di arrivare al paziente.

È quanto ho pensato leggendo queste riflessioni di Alessio Cicirelli, General Manager IRCCS San Raffaele.

Innovazione in Sanità e ospedale del futuro: l’errore (enorme) da evitare

“Più passa il tempo e più mi convinco che stiamo commettendo un errore scrive Cicirelli . Un errore enorme. Quando parliamo di innovazione in sanità, pensiamo subito alla clinica. Intelligenza artificiale. Robotica. Diagnostica predittiva. Chirurgia assistita. Ed è giusto farlo. La Medicina sta vivendo una rivoluzione che fino a pochi anni fa sembrava fantascienza.

Ma c’è una domanda che continuo a farmi: perché investiamo miliardi per aiutare un medico a prendere decisioni migliori e quasi nulla per aiutare milioni di professionisti sanitari a lavorare meglio?

Perché è di questo che stiamo parlando.

Ogni giorno vedo persone straordinarie perdere tempo in attività che non hanno nulla a che vedere con il loro lavoro. Cercare una procedura. Verificare quale sia l’ultima versione di un protocollo. Recuperare una comunicazione inviata qualche settimana prima. Telefonare a un collega perché ‘forse lui sa dove trovarla’.

E la cosa che più mi colpisce è che abbiamo smesso perfino di accorgercene. Lo consideriamo normale. (…)

Negli ospedali, questa contraddizione la viviamo ogni giorno. E sapete qual è la cosa che mi ha fatto riflettere di più? Non sono stati i dati. Sono stati i vostri commenti ai post che pubblico da oltre un anno sull’ospedale del futuro. ‘Bellissimo… ma noi lavoriamo ancora con i faldoni.’

All’inizio pensavo fossero eccezioni. Poi ho capito che erano la regola. Nord, Centro o Sud cambia poco. Cambiano gli edifici. Cambiano le insegne. Cambiano le tecnologie. Ma troppo spesso il modo di lavorare è rimasto lo stesso. Ho l’impressione che stiamo cercando di migliorare il doppino telefonico mentre il mondo è già passato a Starlink. Continuiamo a digitalizzare la carta, invece di chiederci se quella carta abbia ancora senso.

Forse l’ospedale del futuro non inizierà con un robot in più. Inizierà il giorno in cui capiremo che innovare la sanità non significa soltanto curare meglio i pazienti. Significa, prima di tutto, liberare il tempo, l’energia e l’intelligenza delle persone che ogni giorno quei pazienti li curano davvero. Non mi interessa un algoritmo che fa una diagnosi in 10 secondi se poi un infermiere perde 10 minuti per trovare una procedura.”

Come non essere d’accordo?

Sanità digitale e ospedale del futuro: il valore si misura nel lavoro reale

I numeri, è vero, confermano che la trasformazione digitale è entrata in una fase matura, ma non senza criticità. L’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, nell’Executive Overview di maggio 2026, fotografa, infatti, una trasformazione ancora incompleta.

Il 69% dei medici specialisti utilizza la cartella clinica elettronica, il 48% degli specialisti e il 30% degli infermieri accede al fascicolo sanitario elettronico, mentre il 29% dei medici specialisti e dei medici di medicina generale ha effettuato televisite. Meno di un terzo dei professionisti, segnala l’Osservatorio, usa piattaforme dedicate all’ambito sanitario per la televisita.

A guardar bene tra i numeri, però, il punto sta da un’altra parte: ossia, mentre le infrastrutture crescono in direzione di un ospedale del futuro sempre più smart e connesso, e l’uso della sanità digitale e dei suoi strumenti si diffonde, il lavoro quotidiano resta spesso esposto a frammentazione, duplicazioni e strumenti non progettati per i flussi reali delle informazioni.

Un ospedale può disporre di soluzioni tecnologiche avanzate e poi, però, continuare a costringere i professionisti a inseguire informazioni essenziali in archivi, chat, cartelle condivise e comunicazioni “non governate” e male orchestrate?

Non potrebbe e non dovrebbe, ma purtroppo accade spesso. Ed è esattamente quello che mi raccontano i C-level e i dirigenti della sanità pubblica e privata con cui mi confronto quotidianamente su queste tematiche e che ho anche la fortuna di avere di frequente nelle tavole rotonde e altri eventi che ho il piacere di moderare proprio su queste tematiche che guardano all’ospedale del futuro e al come trasformare l’innovazione in valore reale.

Il PNRR ha costruito infrastrutture, ora servono processi

La Missione 6 del PNRR ha portato risorse senza precedenti nella sanità. Gli interventi riguardano reti territoriali, telemedicina, ammodernamento tecnologico e digitale, ricerca, formazione e innovazione del Servizio Sanitario Nazionale.

Agenas, per la componente di propria competenza, colloca dentro la Missione 6 case della comunità, assistenza domiciliare, centrali operative territoriali, telemedicina e ospedali di comunità. Sono tasselli essenziali, ma non esauriscono la trasformazione.

Il passaggio successivo riguarda la capacità delle aziende sanitarie di trasformare piattaforme e investimenti in lavoro meglio organizzato.

L’ospedale del futuro tutto digitale non nasce quando un documento cartaceo diventa un pdf. Nasce quando la procedura corretta è accessibile, aggiornata, tracciabile, leggibile da mobile, integrata nel flusso di attività e collegata a responsabilità chiare. Nasce quando un professionista non deve chiedere a un collega dove trovare un’informazione già prodotta dall’organizzazione. Nasce quando il governo documentale, la gestione della conoscenza e i workflow interni diventano parte della sicurezza e dell’affidabilità dell’assistenza sanitaria.

La carenza di personale rende il tempo una risorsa clinica

In un contesto così mission-critical come quello della sanità, ogni minuto sottratto da attività a basso valore pesa di più.

La letteratura internazionale mostra da anni che documentazione frammentata, interfacce complesse e compiti amministrativi incidono sul benessere dei professionisti. Una revisione sistematica pubblicata nel 2024 su Jmir Medical Informatics stima una prevalenza aggregata del burnout del 40,4% tra professionisti sanitari e rileva un’associazione più alta con il tempo dedicato ad attività legate alla cartella elettronica fuori dall’orario di lavoro.

Questi dati solo un esempio tra la marea di studi disponibili non autorizzano scorciatoie semplicistiche: digitalizzare male può aumentare il carico invece di ridurlo. Una piattaforma in più, se non semplifica un processo, aggiunge un altro punto di complessità da presidiare. Una procedura caricata in un archivio senza governance resta una procedura difficile da trovare. Un sistema di messaggistica usato per supplire alla mancanza di workflow produce velocità apparente e disordine reale.

AI in sanità: il rischio dell’innovazione senza governance

In tutto ciò, l’intelligenza artificiale può aiutare, certo. E non solo nella diagnostica o nel supporto decisionale clinico, ma anche nella ricerca semantica delle procedure, nella sintesi di documenti, nell’orientamento dei professionisti dentro basi di conoscenza aziendali, nella compilazione assistita e nella gestione dei flussi informativi.

Sarebbe però un grave errore usare l’AI come cerotto su processi non governati.

La già citata ricerca 2026 dell’Osservatorio Sanità Digitale segnala che il 61% dei medici specialisti e dei medici di medicina generale e il 37% degli infermieri ha già usato strumenti di AI generativa, quasi sempre, però, piattaforme generaliste non progettate per l’uso sanitario. Il dato mostra un bisogno prima ancora che una moda: i professionisti cercano strumenti che riducano complessità, tempo e fatica cognitiva. Se le organizzazioni non offrono soluzioni affidabili, integrate e conformi, saranno i professionisti a cercarle altrove.

Interoperabilità, fascicolo sanitario elettronico, ecosistema dati sanitari ed AI non sono mondi separati dai processi interni, ma facce diverse delle stessa medaglia. Se il dato non nasce ordinato, strutturato e governato nel lavoro quotidiano, diventa inutile non solo nell’ospedale, ma anche quando arriva nei sistemi nazionali. Se una procedura non è governata alla fonte, nessun motore intelligente potrà garantirne da solo qualità, aggiornamento e responsabilità di chi la mette in atto.

L’importanza dell’orchestrazione e della governance dei processi: occorre restituire tempo alla cura

La sanità digitale nell’ospedale del futuro deve quindi includere un elemento spesso meno visibile e molto sottovalutato dell’innovazione clinica: il digital workplace sanitario. Ciò significa avere piattaforme documentali robuste, knowledge base aziendali, versioning dei protocolli, motori di ricerca affidabili, flussi autorizzativi chiari, integrazione con identità digitali e sistemi clinici, notifiche pertinenti, formazione accessibile nel punto e nel momento in cui necessita.

Non è un tema da back office. Anche una banale checklist aggiornata, una procedura trovata in pochi secondi, un protocollo leggibile dal reparto, una comunicazione interna tracciata e recuperabile, incidono (eccome) sulla qualità e sull’efficienza operativa.

Ancor più in quello che nasce con l’ambizione di essere un ospedale del futuro, dunque, occorre orchestrare e governare i processi con la massima attenzione e fin dai primi passi della loro ideazione e progettazione. Che deve essere condivisa fin da subito con tutti gli attori dell’innovazione affinché questa porti valore reale.

In sanità, infatti, la conoscenza organizzativa è parte dell’infrastruttura di cura. Un vero ospedale del futuro non sarà riconoscibile soltanto dalla presenza di pur preziosi robot chirurgici, algoritmi diagnostici o cruscotti predittivi. Sarà sempre più importante, anzi fondamentale, anche la quantità di tempo professionale che si riesce a restituire alla cura.

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