La crescente diffusione di smartwatch e dispositivi wearable sta progressivamente modificando il rapporto tra cittadini, prevenzione e monitoraggio della salute. Se, fino a pochi anni fa, questi strumenti erano associati soprattutto al fitness e al conteggio di passi o calorie, oggi l’evoluzione dei sensori e delle funzionalità disponibili sta spostando l’attenzione verso parametri di maggiore interesse sanitario, dalla frequenza cardiaca alla pressione arteriosa.
È proprio su quest’ultimo fronte che emerge uno dei problemi più significativi: conoscere l’importanza di un parametro non significa necessariamente controllarlo con continuità.
Secondo la Italian Heart Behavior Survey, realizzata da AstraRicerche per Huawei su un campione rappresentativo di 1.011 italiani tra i 30 e i 75 anni e su 200 medici di medicina generale e cardiologi, il 49,4% degli italiani considera la pressione arteriosa un parametro importante da tenere sotto controllo, ma soltanto il 33% la considera importante e la monitora effettivamente. Un ulteriore 16,4% riconosce dunque l’importanza del controllo senza tradurla in un comportamento concreto.
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Il problema dell’ipertensione “invisibile”
Il dato assume particolare rilievo considerando che l’ipertensione può essere presente anche in assenza di sintomi evidenti. Secondo l’indagine, oltre la metà dei medici interpellati ritiene che almeno quattro pazienti ipertesi su dieci non siano consapevoli della propria condizione.
Parallelamente, il 55,1% della popolazione intervistata ritiene che chi ha la pressione alta se ne accorga sempre attraverso disturbi fisici. Quasi sei persone su dieci tra quelle che non effettuano il monitoraggio dichiarano, inoltre, di non farlo perché si sentono bene, dimenticano di misurare la pressione o non trovano il tempo necessario.
È in questa distanza tra percezione e comportamento che i dispositivi wearable possono assumere un ruolo interessante: non tanto come sostituti della valutazione medica, quanto come strumenti capaci di rendere il monitoraggio più frequente, semplice e integrato nella quotidianità.
Dal singolo valore alla continuità del dato
Uno degli aspetti rilevanti messi in luce dalla ricerca riguarda non soltanto la capacità di misurare un parametro, ma quella di costruirne una serie storica.
Il monitoraggio domiciliare è ampiamente raccomandato dai medici intervistati, ma i dati raccolti a casa spesso non vengono registrati in maniera strutturata né condivisi con il professionista sanitario. L’88% dei medici considera fondamentale poter valutare l’andamento dei valori nel tempo e l’86,5% ritiene utile ricevere un report organizzato. Eppure, oltre la metà delle persone che effettuano misurazioni domestiche non annota i risultati, mentre il 26,6% utilizza ancora un diario cartaceo.
Il valore potenziale delle tecnologie indossabili sta quindi anche nella possibilità di trasformare una serie di misurazioni isolate in un patrimonio informativo continuo, consultabile e potenzialmente condivisibile con il medico.
Questo passaggio è particolarmente importante perché, nel monitoraggio della salute, la dinamica nel tempo può essere più significativa del singolo dato. La possibilità di individuare variazioni, ricorrenze o anomalie rende il wearable potenzialmente utile come strumento di supporto alla prevenzione e al follow-up, fermo restando che interpretazione e decisioni cliniche restano di competenza del professionista sanitario.
Lo smartwatch non è più soltanto un dispositivo per il fitness
Anche la percezione degli utenti sembra evolvere in questa direzione. L’80,6% degli intervistati considera ormai lo smartwatch un possibile alleato per la salute, mentre la pressione arteriosa figura, insieme alla frequenza cardiaca, tra i parametri che gli italiani vorrebbero maggiormente poter monitorare dal polso. L’interesse aumenta inoltre con l’età e raggiunge il 63% nella fascia tra 60 e 75 anni.
Il tema decisivo resta però quello dell’affidabilità. Il 75,7% degli intervistati dichiara fiducia nelle misurazioni effettuate tramite un bracciale o un sistema gonfiabile, mentre la percentuale scende al 31,9% nel caso di rilevazioni effettuate esclusivamente mediante sensori ottici senza gonfiaggio. Anche tra i medici emerge una maggiore fiducia nei sistemi che utilizzano una tecnologia di misurazione di tipo tradizionale.
È un punto centrale per l’intero mercato dei wearable dedicati alla salute: l’aumento delle funzionalità deve procedere insieme alla capacità di produrre dati sufficientemente affidabili, comprensibili e utilizzabili.
Tre funzioni che possono rendere i wearable più utili per la salute
Dall’indagine emergono tre caratteristiche considerate rilevanti da medici e pazienti.
La prima è la possibilità di visualizzare automaticamente l’andamento dei valori nel tempo, indicata dal 57,5% dei medici e da circa il 40% dei pazienti.
La seconda riguarda gli alert in presenza di valori anomali, considerati prioritari dal 49% dei medici e dal 46,1% degli utenti.
La terza è il monitoraggio durante il sonno, ritenuto particolarmente utile dal 43,5% dei medici. La possibilità di effettuare rilevazioni automatiche anche nelle ore notturne interessa inoltre il 36,6% degli intervistati.
Sono indicazioni che mostrano come il valore dei wearable per la salute non risieda necessariamente nell’aggiungere nuove metriche, ma nel rendere il monitoraggio continuo, automatico e contestualizzato.
Il wearable come anello di una catena più ampia
La prospettiva più interessante, quindi, non è quella dello smartwatch che “sostituisce” gli strumenti medici tradizionali, quanto quella di un dispositivo personale capace di creare una continuità tra vita quotidiana e percorso di cura.
In questo scenario, il wearable può diventare uno degli elementi di un ecosistema più ampio: raccoglie informazioni, le organizza nel tempo e può contribuire a renderle disponibili al paziente e al professionista sanitario. Il passaggio successivo riguarda l’integrazione di questi dati nei processi di prevenzione, telemonitoraggio e gestione delle patologie croniche.
È all’interno di questo scenario che si colloca anche l’evoluzione dei dispositivi commerciali. Huawei, ad esempio, sta ampliando la propria gamma dedicata al monitoraggio cardiovascolare con HUAWEI WATCH D3, in arrivo in Italia il 29 settembre. La sfida, a questo punto, non è soltanto tecnologica. Perché il potenziale dei wearable possa tradursi in un reale beneficio per la salute, sarà necessario lavorare sulla qualità e sull’affidabilità dei dati, sulla loro interoperabilità con i sistemi sanitari e, soprattutto, sulla capacità di inserirli in percorsi clinici nei quali il professionista sanitario resti il riferimento per l’interpretazione delle informazioni e per le decisioni terapeutiche.







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