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Non c’è sostenibilità senza il digitale

Ne è convinto Stefano Rebattoni, AD di IBM Italia, intervenuto nel terzo workshop di Leaders&Tech, la community di innovatori e visionari sviluppata in collaborazione con Digital360 e P4I. Rangone, Presidente Digital360: “Il digitale è leva fondamentale per una crescita sostenibile e inclusiva”

Pubblicato il 30 Gen 2023

Massimo Mattone

Direttore Responsabile HEALTHTECH360.it

Si è tenuto nell’elegante cornice di Casa Cipriani, a Milano, il terzo appuntamento della community di innovatori IBM Leaders&Tech. Dedicato alla Impact Economy, con particolare focus sui temi dell’innovazione digitale sostenibile, ha seguito quelli incentrati, rispettivamente, sul Predictive e sull’Agile Enterprise.

Tecnologia e sostenibilità: non costi, ma investimenti sul futuro

“Oggi siamo 8 milioni di persone sul nostro pianeta e ciò crea un senso di urgenza e di responsabilità per chi, come IBM, lavora nel settore IT e ha ruolo e strumenti per poter portare delle risposte all’interno dei propri settori di mercato” – ha osservato Stefano Rebattoni, Amministratore Delegato di IBM Italia – a proposito dell’intima relazione tra tecnologia, innovazione e sostenibilità. Uno stretto rapporto di correlazione e interdipendenza che pone digitalizzazione e sostenibilità quali driver principali per le aziende del nostro Paese.

Non c’è sostenibilità se non c’è il digitale” – ha sottolineato il manager IBM – evidenziando anche come oggi ci sia grande convergenza sul non considerare la tecnologia come un costo ma come un investimento sul futuro e sull’importanza di capire quali siano le priorità di business legate agli aspetti di sostenibilità. Convergenza emersa anche da un recente studio IBM dal quale si evince come l’individuazione di modelli di business e investimenti responsabili orientati alla sostenibilità possa aumentare ricavi e fatturati delle imprese nei prossimi anni. Peraltro, nonostante le rilevazioni di cui sopra pongano la sostenibilità al centro delle priorità dei CEO (quasi la metà di essi la vede, infatti, come sua priorità), soltanto un 20% di tali CEO ritiene di aver già messo in atto strategie e azioni capaci di abilitare il raggiungimento di questo obiettivo nella rispettiva azienda.

È indispensabile, dunque, mettere in atto strategie capaci di raggiungere obiettivi di sostenibilità, ma lo è altrettanto definire quali siano i KPI per misurare tali obiettivi e, soprattutto, con quali strumenti poter intervenire per poter effettivamente raggiungerli.
In tal senso, osserva Rebattoni, tecnologie quali Cloud e AI rappresentano possibili risposte per il perseguimento dell’insieme degli obiettivi ESG.

“Per sfide di questa complessità – ha osservato Rebattoni in tema di sostenibilità – non ci sono singole soluzioni o singoli attori: sono sfide di una portata tale in cui o c’è un’azione di sistema o c’è un gruppo che, in una logica di open innovation, porta buone pratiche e cerca anche di condividere esperienze. Altrimenti, difficilmente riusciremo a vincerle”.

Condivisione di esperienze e buone pratiche che non è mancata nel corso degli appuntamenti e dei confronti tra gli innovatori di Leaders&Tech, community della quale l’AD di IBM ha sottolineato eterogeneità e dinamicità, visto il coinvolgimento di realtà aziendali di primaria importanza in svariati settori industriali: Finance, Fashion, Energy, Manifacturing, Food & Beverage, Utilities, Automotive e via dicendo.

L’innovazione digitale leva per una crescita sostenibile e inclusiva

Sul tema della sostenibilità e sull’impatto del digitale per una crescita economica sostenibile e inclusiva è intervenuto anche Andrea Rangone, presidente Digital360, società Benefit già dal 2021 che, di recente, ha presentato il suo primo bilancio di sostenibilità.

Ricordando la storica mission e vision con cui è nata Digital360, ossia diffondere la cultura digitale in Italia, Rangone ha sottolineato come essa stessa rappresenti una componente sostenibile con un importante impatto sulla sostenibilità, soprattutto quando il tema dell’innovazione digitale non sia rapportato solo a meri indicatori economici legati a produttività e PIL ma si riesca ad intuire come essa rappresenti “una leva fondamentale per una crescita sostenibile e inclusiva”.

E proprio rivolgendosi ai partecipanti della community Leaders&Tech, una platea di innovatori e grandi conoscitori delle tecnologie digitali e del loro impatto sulla crescita economica e sociale, Rangone ha rivolto il suo invito a considerare sempre più l’impatto delle leva tecnologica sulla propria filiera aziendale e le relative attività di business: “Abbiamo in mano la leva tecnologica e ne siamo grandi conoscitori – ha osservato Rangone -. Non c’è dubbio che – eccetto filiere molto particolari – essa sia fra le leve principali con cui portare progetti concreti ispirati alla sostenibilità”.

“Ed è meraviglioso iniziare a studiare tutti e sempre più in questa direzione – ha proseguito Rangone – perché più si affronta questo percorso, più ci si addentra, più si scoprono cose incredibili, cose che si possono fare, che ciascuno di noi può fare come manager e come imprenditore. E si scopre anche che – ha evidenziato Rangone – intraprendendo questo percorso si ha un impatto positivo, immediato, concreto e tangibile sulla propria organizzazione”. E sulle persone che ne fanno parte: “I messaggi più interessanti che ho ricevuto dai miei collaboratori e colleghi, alcuni dei quali mi hanno commosso – ha sottolineato al proposito Rangone – non sono quelli relativi alla nostra crescita, ai nostri risultati (siamo quotati e i nostri risultati sono pubblici – ha evidenziato), ma alle cose che facciamo in questo ambito (sostenibilità e inclusività). E allora scopri – ha proseguito Rangone – che c’è un’energia nell’organizzazione che forse non conoscevi, in tanti giovani che a volte accusiamo (io no, precisa) di non essere più quelli di una volta.
Ho scoperto personalmente – ha raccontato con grande entusiasmo il Presidente di Digital360 – come sia più facile sollecitare e tirar fuori l’energia e la loro proattività, la loro voglia di partecipare, scoprire in loro e con loro valori incredibili, parlando di queste tematiche piuttosto che, semplicemente, della loro mansione o dei risultati”.

Rangone ha poi sottolineato come il digitale sia anche “una potentissima leva per includere le categorie più fragili della nostra società”.

Una di questa categorie – con cui Digital360, peraltro, ha iniziato a sviluppare iniziative – sono i NEET. “Tipicamente, a questi ragazzi che non lavorano e non studiano, insegniamo a fare i camerieri – ha osservato Rangone – ma trascuriamo che, all’interno delle nostre aziende, abbiamo delle professioni digitali, dei ruoli operativi – ad esempio nel mondo dell’Industria 4.0 e del Marketing – che, se accompagnati per mano, questi giovani sono in grado di incarnare e svolgere perfettamente”.
Così come i carcerati, altra categoria con cui Digital360 ha iniziato a sperimentare delle attività, scoprendo che “in carcere ci sono persone fortemente determinate a cui poter dare una nuova chance attraverso il digitale” e con cui, di contro, rispondere all’esigenza di creare nuove e motivate figure professionali che possano aiutare le aziende.
Per non parlare, poi, delle persone con disabilità: “A volte basta semplicemente un’app giusta e uno smartphone ad hoc per rimetterle completamente in gioco”, ha commentato Rangone.

Il business come forza positiva per costruire valore collettivo

Andrea Rangone  “ci ha raccontato la vocazione di Digital360, ispirata dal tema dell’inclusività e dall’impact business model, ossia da un modello di business che di per sé crea un impatto e al quale, quindi, non occorre aggiungere attività collaterali per avere un impatto positivo sull’ambiente e sulle persone” – ha affermato Paolo Di Cesare, co-founder di NATIVA ed autore – assieme a Eric Ezechieli – di “Un’impresa possibile”, libro i cui proventi saranno donati a un progetto di educazione sulla sostenibilità nelle scuole.

Di Cesare ha sottolineato l’importanza, da parte delle aziende e dei rispettivi manager, di aver chiara, appunto, la propria “vocazione” – termine molto caro ad Adriano Olivetti – che oggi, in lingua inglese, indichiamo con “purpose” – che risponde alla domanda:
“Perché esiste l’impresa?”

Già, perché? Se ci fermassimo al Codice Civile, osserva Di Cesare – dovremmo ritenere che un’azienda nasca ed esista solo per distribuire i dividendi tra le persone che stipulano questo contratto di società. Tutto ciò in ossequio alla massimizzazione del profitto e al “The business of business is business” di Milton Friedman il quale riteneva che il business del business fosse “semplicemente” fare business e che – da una lettura più attenta dei suoi scritti – potesse emergere in qualche modo che il “semplice” fare impresa avrebbe riverberato un impatto positivo sulla società, sulla comunità e sul territorio in cui opera quella impresa.
Oggi sappiamo che ciò non è sempre vero, che lo è in molti casi ma che in tantissimi, in numero sicuramente superiore, questa “previsione” non si è avverata. Che oltre al ritmo dei profitti e dei bilanci occorra chiedersi quale sia la vocazione della propria azienda, scardinando una concezione e un modello di business ispirato esclusivamente alla massimizzazione del profitto.

Nessuna azienda senza una vocazione e un profilo di sostenibilità intenzionale potrà esprimere il suo full potential”, ha osservato al proposito il co-founder di NATIVA citando Larry Fink, CEO e Presidente di BlackRock, il più grande fondo d’investimento al mondo.

Quale deve essere, allora, il modello dell’impresa del XXI secolo nei confronti delle sfide ambientali e sociali che abbiamo davanti?

Occorre evolvere dall’attuale paradigma economico estrattivo a quello rigenerativo.
“Noi, come NATIVA – ha spiegato al proposito Di Cesare – abbiamo introdotto il paradigma della rigenerazione. Parola che utilizziamo per indicare che un’azienda produce un valore economico, sociale, ambientale maggiore di quello che usa per poter funzionare”.

In sostanza, si passa dall’essere semplici fruitori di risorse (“estrazione”) a costruttori (“rigenerazione”) di ricchezza e benessere per l’intera società. Un po’come se i soci della nostra impresa fossero tutti i cittadini del mondo, con l’intera collettività destinataria della distribuzione dei dividendi. In una vision in cui la concezione del fare impresa si allontana dagli stereotipi e fa assurgere il business a forza positiva.

E Di Cesare ha sottolineato anche l’impatto favorevole di tale approccio sulle persone che lavorano in un’azienda ispirata dal paradigma della rigenerazione: “In genere si lavora in aziende il cui tipico obiettivo è massimizzare il profitto degli altri, ossia di un gruppo di persone che, magari, sono gli azionisti. Pensate che differenza – ha osservato il manager di NATIVA – lavorare per un’azienda in cui i valori personali e professionali coincidono. Tutto ciò scatena un’energia straordinaria”.

Parola d’ordine “Rigenerazione”, dunque.
Ma la notizia straordinaria, in tal senso, ha precisato Di Cesare, è che oggi è possibile calcolare il valore economico, sociale e ambientale che un’azienda produce nella sua attività quotidiana.
È possibile, cioè, per un’azienda capire “se si trova nella parte corretta dell’equazione”, ossia in quella di rigenerazione in cui il valore di output è maggiore del valore di input oppure se, al contrario, l’azienda stia ancora soltanto estraendo valore dalla società o dall’ambiente.
In tal caso, magari, questa azienda distribuisce ancora dividendi ma – osserva Di Cesare – “per quanto tempo ancora riuscirà a farlo?”.

Tutto lascia immaginare che tale tempo sia davvero poco. E che occorra davvero abbracciare in fretta il cambiamento epocale che stiamo vivendo considerando la sostenibilità “non come una moda, uno strumento di marketing o un’attività marginale rispetto al core-business dell’impresa ma come una questione di sopravvivenza”.

Quella che stiamo per vivere sarà la più grande trasformazione di innovazione che l’umanità avrà mai vissuto nei prossimi trent’anni”, ha commentato Di Cesare.
Che ha invitato anche a fare proprio il tema della sostenibilità non per essere compliant a un regolatorio che la impone, ma come scelta consapevole di costruzione di valore tanto per l’impresa quanto per la collettività.

“Qualcuno immagina la sostenibilità e la rigenerazione come vincoli da rispettare – ha evidenziato Di Cesare -. E magari che qualcuno ci dica esattamente cosa occorra fare.
Ma non c’è bisogno di questo. Siamo ancora in una fase, infatti, in cui dobbiamo essere noi a sviluppare al massimo questa energia con cui portare le nostre organizzazioni a indirizzare le loro menti e il loro pensiero verso il full potential” invocato e auspicato da Larry Fink.

Siamo di fronte – ha spiegato Di Cesare – a una nuova generazione di imprese che deve imparare a proteggere la propria vocazione con le nuove forme giuridiche ora a disposizione – quali Benefit Corporation e Società Benefit – per sancire e inserire nel proprio statuto l’impegno a creare valore non solo per gli azionisti ma per l’insieme degli stakeholder.

E questa nuova generazione di imprese deve essere anche capace di quantificare il valore che crea e misurare il proprio impatto.
A proposito della misura complessiva dell’impatto che l’azienda produce durante l’anno – Di Cesare ha chiarito anche l’uso e l’importanza dello strumento che permette di ottenerla, ossia del cosiddetto Benefit Impact Assessment, strumento pensato per le esigenze delle B-Corp ma a disposizione di tutte le aziende interessate ad una valutazione del proprio impatto. Una sorta di questionario – per completare il quale ci vorrà qualche settimana di lavoro e di concentrazione da parte delle persone che conoscono l’azienda con i massimi livelli di dettaglio – nel corso del quale si risponde a 300 domande che entrano praticamente “in tutte le stanze della nostra organizzazione”.
“Si aprono nuove istanze a seconda delle risposte che abbiamo dato alle domande precedenti, perché ogni azienda è fatta a modo suo – ha spiegato Di Cesare”. E, a questo punto, si ottiene un punteggio tra 0 e 200 punti in cui 80 rappresenta la soglia di equilibrio tra rigenerazione ed estrazione, ossia tra un valore di output economico, sociale, ambientale maggiore o minore di quello che usiamo per far funzionare la nostra azienda. Se totalizziamo più di 80 punti rappresentiamo un paradigma rigenerativo. “Magari anche inconsapevolmente – ha osservato Di Cesare – però, intanto, scopriamo di esserlo”.

Ed è un aspetto fondamentale. Su 200mila aziende, infatti, soltanto 6000 superano gli 80 punti, quindi tutte le altre – con una media mondiale pari a 50 punti – sono sotto questa soglia.

“È importante che tutti comprendano l’importanza di formarsi su questi temi e che lo facciano attraverso questo strumento che stanno usando le migliori aziende al mondo.
E che contribuiscano essi stessi a svilupparlo e migliorarlo. È fondamentale poter capire – suggerisce Di Cesare agli innovatori e manager d’azienda di Leaders&Tech – dove ci troviamo come azienda e a quel punto decidere se dobbiamo modificare i nostri processi di relazione con i fornitori e con i clienti. Conoscere il nostro impatto ambientale, dove non performiamo e dove vogliamo performare”.

E Di Cesare ha sottolineato come le soluzioni di sostenibilità possano essere molto diverse a seconda della specifica vocazione di ogni singola azienda: “Non esiste un comunismo della sostenibilità – ha commentato il manager di NATIVAper cui tutti dobbiamo fare le stesse cose. Lo strumento in questione, infatti, ci pone 300 quesiti e ci offre 300 possibilità diverse per migliorare l’impatto della nostra organizzazione. Siamo noi a dover decidere, grazie alla nostra vocazione, se andare più verso una certa direzione rispetto a un’altra”.

La tecnologia IBM trasforma la sostenibilità in azienda da “problema” a opportunità

In tutto ciò che è stato discusso e che è emerso dal confronto in questo terzo workshop sulla sostenibilità del business, in particolare riguardo alla certificazione e all’uso di strumenti di misura, quantificazione, valutazione e analisi dell’impatto ambientale, “rivedo molto una tecnologia IBM che consente di accelerare tutti questi processi – ha affermato Nico Losito, Vice President Technology Sales Leader di IBM Italia -. Tale tecnologia – ha spiegato Losito parte proprio dalle vocazioni, le ambizioni e i KPI di massima e riesce a declinarli fino al singolo layer in azienda, trasformando quello che sembra essere soltanto un problema – in capo magari al Corporate Social Responsibility Manager di turno – in un’opportunità per tutta l’azienda, quindi anche per il singolo dipendente, di riconoscersi nella vocazione della propria azienda” che potrà quindi pensare di proteggerla e sancirla inserendo a statuto il proprio impegno a creare valore e benessere condiviso.

Sostenibilità e innovazione digitale: le esperienze sul campo

Dopo l’intervento di Nico Losito, il confronto è proseguito con una serie di testimonianze di alcuni dei convenuti che hanno raccontato le loro esperienze sul campo in tema d’innovazione digitale sostenibile.

Tra questi, Fabrizio Custorella, co-founder & CFO ReLearn, che ha descritto una soluzione, basata su tecnologia IBM Cloud, per monitorare la raccolta differenziata all’interno delle aziende.

Riccardo Salierno, CIO Sapio, ha presentato una soluzione di telemedicina con impatti positivi sull’ambiente e sui pazienti.

Massimiliano Gerli, CIO Intercos, ha raccontato progetti e studi di sostenibilità della sua azienda, in particolare riguardo al tema del packaging e del suo impatto sui rifiuti.

Carmine Artone, Direttore Sistemi Informativi, Gruppo Hera, ha evidenziato il suo contributo alla sostenibilità sottolineando, tra l’altro, come essa si abbini alla misurabilità, aspetto fondamentale nell’ambito dell’economia circolare.

Mauro Cavagna, Chief technology and processes officer, Gruppo Prelios, ha raccontato la sua vision in tema di sostenibilità in particolare riguardo a real estate e gestione del credito, settori che possono rivelarsi pilota rispetto a tematiche di questo tipo e dove un tema sociale oggi sempre più rilevante è rappresentato dalla democratizzazione del credito.

Il prezioso contributo della sostenibilità sociale

Pietro Lanza, Direttore Banking & Insurance Sales di IBM Technology Italia, ha concluso la sessione di lavoro al Cipriani intervistando Cristian Fracassi, CEO di Isinnova, già noto alla community Leaders&Tech per aver raccontato la sua geniale invenzione che ha salvato tante vite in piena emergenza Covid, ossia la trasformazione di una comune maschera da sub in un respiratore per i pazienti in terapia intensiva.
Questa volta, l’ingegnere ha presentato Letizia, una gamba per i mutilati di guerra in Ucraina progettata (senza margini per la propria azienda) per essere estremamente economica, 10 volte meno costosa di una protesi tradizionale.
Esempi guida di sostenibilità sociale, dunque, che davvero non hanno bisogno di ulteriori commenti.

Il futuro di IBM Leaders&Tech: appuntamento al 2023

La sostenibilità è sempre più elemento imprescindibile nella strategia delle imprese che investono nel futuro e per il futuro – ha osservato Losito a conclusione dell’evento -.
E ha dato appuntamento al 2023: “Il tema della sostenibilità sarà il filo rosso che accompagnerà i lavori della community Leaders&Tech nel corso del prossimo anno.
Il nostro impegno, nel 2023, sarà tradurre le idee generate quest’anno in progetti concreti. E lo faremo focalizzando due aspetti del DigiGreen: la sostenibilità di filiera e il risparmio energetico”.

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