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Tecnologie digitali e inclusività: l’uomo non è il suo errore

L’apertura dei cancelli dei penitenziari alla Sanità Digitale è una buona notizia. La speranza è che simili iniziative non restino isolate, ma si riesca ad estenderle ad altre condizioni di fragilità ispirandosi a un modello di assistenza sanitaria in cui l’innovazione tecnologica rappresenti un volano di equità nell’accesso alle cure

27 Giu 2022

Massimo Mattone

Direttore Responsabile HEALTHTECH360.it

Scongiurare il rischio di disuguaglianze e aumentare il livello di esigibilità del diritto alla salute dei cittadini, la sostenibilità e l’innovazione del Sistema Sanitario Nazionale.
La Sanità Digitale e – in particolare – la Telemedicina, tra i tanti obiettivi che si prefigge di raggiungere, ha tra i più nobili anche questo: divenire elemento abilitante per l’equità di accesso alle cure.

In sostanza: garantire il diritto alla Salute. E farlo in maniera inclusiva.

In questa direzione, non si può che accogliere con favore l’apertura dei cancelli dei penitenziari alla Sanità Digitale. La Telemedicina che entra in carcere. E, soprattutto, che “esce” dal carcere in cui spesso si trova: non un luogo fisico, in questo caso, ma un retaggio mentale e culturale incapace di estendere i diritti fondamentali di ogni cittadino – ivi compreso quello alla Salute – anche alle categorie più fragili della nostra società.

La buona notizia viene dall’isola-carcere di Gorgona: con la consegna delle tecnologie che consentono di abilitare il servizio (di Telemedicina) – si legge in una nota dell’Azienda Usl Toscana nord ovest –  sarà possibile realizzare sull’isola esami diagnostici a distanza, riducendo i tempi di attesa, migliorando le prestazioni e abbattendo i costi di trasferimenti, scorte e piantonamenti. Digitalizzare la sanità carceraria – sottolinea l’Usl – rappresenta uno dei sistemi più validi e adeguati per sopperire alle inevitabili difficoltà organizzative, economiche e di carenza di personale che da tempo fisiologicamente la penalizzano.

I dubbi che questa pur encomiabile iniziativa possa trasformarsi in un boomerang per i detenuti – legittimando in qualche modo l’indisponibilità di medici e personale sanitario all’interno del penitenziario e relegando la Telemedicina alla stregua di “guardia medica notturna” quando un cittadino non riesce a reperire il suo medico abituale – sono fugati immediatamente dal direttore dell’area Supporto ai servizi sanitari e al cittadino dell’Usl Alessandro Iala: “Sviluppare la Telemedicina – sottolinea il direttore – non significa sostituire la presenza fisica del medico del carcere. Un paziente detenuto che lamenta un disturbo verrà sempre visitato dal medico fisicamente presente nella struttura. Sarà lui a decidere se accedere o meno alla Telemedicina, che dovrebbe configurarsi più come un servizio integrativo”.

Insomma, qualcosa in più rispetto a quanto si ha già. Portando al detenuto – come è sacrosanto che sia ma come, purtroppo, spesso non è – gli stessi diritti di accesso ai servizi sanitari che hanno i cittadini in stato di libertà. Per esempio, la possibilità di effettuare in tempo reale uno o più consulti con medici specialisti, magari  a distanza di migliaia di chilometri, superando le difficoltà logistiche e organizzative che tutto ciò comporterebbe.
È un modo di sperimentare la tecnologia in maniera intelligente, senza sostituire il contatto umano – precisa la nota dell’Usl – sottolineando come, attraverso le tecnologie innovative di cui si avvale il servizio di telemedicina, sarà possibile gestire i più frequenti problemi di salute della popolazione detenuta, assicurando televisite, teleconsulti, telerefertazione e telemonitoraggio. Questo progetto – prosegue la nota – rappresenta un esempio di concreta attenzione alla condizione del carcere che, alla luce dell’esperienza drammatica vissuta con l’emergenza Covid, attinge agli sviluppi tecnologici disponibili per consentire l’ottimizzazione delle risorse ma consente, in particolare, di superare alcuni “rallentamenti” dovuti alla logistica organizzativa delle carceri, assicurando una presa in carico del paziente sempre più completa e tempestiva.

La speranza è che simili (e nobili) esperimenti non restino episodi isolati ma che, al contrario, si riesca ad estenderli ad altre condizioni di fragilità e, in particolare, anche agli altri penitenziari, ispirandosi a un nuovo e più democratico modello di assistenza sanitaria in cui l’innovazione tecnologica rappresenti anche un volano di equità nell’accesso alle cure: “Questo progetto contribuisce a rendere più efficiente e sicura l’organizzazione penitenziaria – sottolinea al proposito Maria Letizia Casani, direttore generale dell’Azienda Usl Toscana nord ovest – perché un valido servizio di telemedicina garantisce il diritto dei detenuti alla salute e, al tempo stesso, significa meno scorte, meno traduzioni e concentrazioni di risorse in altri servizi”.

Ovviamente, non basterà l’ingresso della Sanità Digitale e della Telemedicina negli istituti penitenziari a risolvere i tanti problemi che impattano sulla fragilità della condizione dei detenuti. Servono iniziative ispirate all’inclusività capaci di coinvolgere a 360° i soggetti più fragili, mettendoli al centro dell’attenzione di tutte le parti sociali: istituzioni, organizzazioni, imprese e semplici cittadini.
Né è convinto Andrea Rangone – Presidente del Gruppo Digital360 – che ha affrontato il tema della condizione di fragilità e delle possibili opportunità di riscatto dei detenuti nel recente webinar  “Carcere, Lavoro, Libertà! – Imprese e imprenditori che danno una nuova chance di vita a detenuti ed ex detenuti”.
Il ruolo sociale delle organizzazioni – si legge nella presentazione dell’evento organizzato in collaborazione con Pensiero Solido, Sesta Opera San Fedele Onlus e The Good in Town – può esprimersi anche offrendo un’opportunità di reintegro nel mondo del lavoro a persone ai margini o in condizioni di fragilità. È il caso di detenuti ed ex detenuti, per i quali un impiego è necessario per realizzare quel riscatto personale e quindi sociale a cui ambisce il percorso rieducativo che parte negli istituti penitenziari.

“Vogliamo estendere la nostra azione verso il mondo dei detenuti o delle persone uscite dal carcere, nella convinzione che la ricostruzione di una vita passa dal lavoro, afferma Andrea Rangone (…). Vogliamo nel nostro piccolo lavorare su questo tema, promuovendo l’inclusività e vogliamo provare a coinvolgere in questo percorso anche altri imprenditori come noi”.

“Siamo profondamente convinti che il lavoro dell’imprenditore possa e debba avere un impatto importante sulla comunità. Questa convinzione – sottolinea Rangone – ci ha portato a diventare società Benefit, ma ancor di più ci ha convinto a lavorare su due obiettivi chiari. In primis su una crescita culturale sul tema, facendo crescere la sensibilità di quanto e come il meraviglioso mondo del digitale possa sostenere e promuovere una crescita economica sostenibile e inclusiva. In secondo luogo, dare forma concreta a questa inclusività”.

Questo tipo di iniziative – come emerso durante il confronto ‘Carcere, Lavoro, Libertà!’ – sono “buone” e solidali per tutti: per chi le fa, per chi le riceve, per i risparmi e quindi i guadagni che ne ha lo Stato e l’intera società.

E, soprattutto, ricordano a tutti noi che “l’uomo non è il suo errore”.

E che commettere l’errore di dimenticarcene sarebbe ancor più grave nel caso delle nuove tecnologie applicate alla Medicina che, al contrario, rappresentano una straordinaria e imperdibile opportunità per divenire elemento abilitante per l’accesso alle cure, aprendo la strada verso un futuro migliore e più equo per la nostra Salute.

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