Il punto di vista

Telemedicina: alla ricerca del (vero) valore aggiunto

Telemedicina “bella” e tecnologica, ma ancora minimalista. Troppo spesso, una quasi banale riproposizione in chiave digitale di ciò che si è sempre fatto. Dobbiamo immaginare una Telemedicina “più coraggiosa” e, soprattutto, più radicalmente innestata nella quotidianità dei pazienti complessi

Pubblicato il 25 Mar 2024

Paolo Colli Franzone

Presidente IMIS, Istituto per il Management dell’Innovazione in Sanità

Che “fare Telemedicina” debba diventare pratica quotidiana nell’erogazione di prestazioni sanitarie e cliniche è un’affermazione quasi scontata, oltre che un auspicio, se consideriamo l’enorme quantità di risorse PNRR destinate a questo sottoinsieme della sanità digitale.

Il valore della Telemedicina

Si è capito, ed apprezzato, il valore della Telemedicina durante i momenti più complicati del lockdown, quando gli ospedali erano praticamente chiusi. E, una volta terminata l’emergenza, si è capito quanto fosse importante continuare su questa strada, offrendo ai pazienti una modalità “smart” di fruizione della maggior parte delle prestazioni sanitarie.

Poi è arrivato il PNRR, e con esso una vera e propria valanga di soldi destinati a finanziare una diffusione capillare della Telemedicina in tutte le strutture del SSN.
E questo è un bene per le nostre strutture sanitarie, che potranno mettersi al passo coi tempi, ma è allo stesso tempo un bene anche per l’industria dell’Healthcare ICT, che potrà (finalmente!) scaricare a terra tutto il suo potenziale innovativo.
Sull’onda di questo entusiasmo, proviamo a fare un ulteriore passo in avanti.

Telemedicina “bella” e tecnologica, ma ancora minimalista

La Telemedicina che si prospetta, se guardiamo le progettualità avviate a partire dal 2021, potremmo definirla “minimalista”: facciamo una televisita al posto di una visita in presenza, facciamo teleassistenza infermieristica, teleriabilitazione, un po’ di telemonitoraggio per misurare la temperatura e la saturazione di pazienti cronici.
Tutto molto bello e molto tecnologico, ma – a conti fatti – niente di particolarmente “rivoluzionario”.

Una quasi banale riproposizione in chiave digitale di ciò che si è sempre fatto.

Lo scenario: cosa accade (di solito) oggi

Proviamo a immaginare uno scenario più “coraggioso”. Per farlo, ricorriamo a un esempio pratico.

Giovanni è un sessantottenne polimorbido: diabetico, BPCO, qualche problema cardiovascolare.
La sua giornata è scandita dall’assunzione di una dozzina di farmaci e da alcune prescrizioni di contorno: alimentazione molto controllata e un po’ di attività fisica. E da un “tot” di appuntamenti  con i vari specialisti che lo seguono, con contorno di indagini diagnostiche di controllo.
Grazie alla Telemedicina “minimalista”, Giovanni potrà fare qualche televisita ogni tanto, ed è già un bel passo in avanti.
Se lo vorrà, potrà anche sottoporsi al telemonitoraggio: riceverà un saturimetro e un glucometro, e i suoi parametri saranno spediti a una piattaforma capace di rilevare le eventuali anomalie sottoponendole all’attenzione del medico curante.
E anche questo è un gran bel passo in avanti.

Ma torniamo alla dozzina di farmaci quotidiani di Giovanni, e alle prescrizioni “parallele”.
Qualunque bravo medico potrà spiegarci cosa potrebbe succedere a Giovanni se non seguisse regolarmente (c.d. “aderenza”) le indicazioni posologiche: il farmaco giusto, nella dose giusta, nel modo giusto, nell’orario giusto.
E poi ci sono le prescrizioni parallele: alimentazione, attività fisica.
Cibi da evitare, quantità da rispettare, calorie da bruciare, e così via.

Fino a quando Giovanni fa il “bravo paziente”, va tutto bene. Appena si distrae, arrivano i guai.

Guai che finiscono molto spesso in Pronto Soccorso, diventano riacutizzazioni, sfociano in nuovi ricoveri e in nuove indagini diagnostiche.
Pericolo per la vita di Giovanni, ma anche un sacco di soldi spesi dal SSN perché Giovanni è diventato “un po’ birichino”.

Attenzione (per i non addetti ai lavori): i Giovanni diventano birichini molto spesso. Un po’ perché, col passare degli anni, in un certo senso “si annoiano” della routine farmacologica, un po’ perché perdono la memoria, un po’ perché il cocktail dei molti farmaci produce effetti collaterali fastidiosi.

È fondamentale (anche) la collaborazione del paziente

Cosa succederebbe se Giovanni, insieme al glucometro e al saturimetro, ricevesse dal SSN un’App che gli ricorda di assumere i farmaci al momento giusto, che controlla se questi farmaci vengono presi davvero, che lo stimola a fare due passi se “si accorge” che è fermo da tre ore di fila?
Sempre quell’App, a differenza di quelle già comunemente reperibili, invierebbe allarmi alla centrale operativa e ai medici che hanno in cura Giovanni in caso di mancata (o severamente ritardata) assunzione di uno o più farmaci.
E la centrale operativa (dovrebbe essere il “mestiere” della COT…), una volta ricevuto l’alert, dovrebbe chiamare Giovanni (e/o il suo caregiver) e – in funzione della severità del caso – attivare chi di dovere per risolvere la criticità.

Tutto bello, ma funziona solo se Giovanni è incentivato a farsi controllare.

Non è così impossibile pensare a un Servizio Sanitario Nazionale capace di esercitare tutta la sua autorevolezza e credibilità anche quando si tratta di “forzare la mano” nei confronti dei pazienti.
A partire dai medici specialisti, che dovrebbero “imporre” ai vari Giovanni l’utilizzo di un’App per il controllo remoto dell’aderenza alle terapie prescritte. E dai farmacisti, che potrebbero diventare dei forti e credibili “influencer”, guadagnando – in cambio – una molto probabile forte fidelizzazione della loro clientela.

Una Telemedicina più coraggiosa

Quello appena visto è un esempio, forse il più eclatante, ma sicuramente non l’unico: molti processi e molti percorsi di diagnosi, terapia e cura possono essere perfezionati “calcando la mano” sull’innovazione e sfruttando le formidabili potenzialità del digitale.
Possiamo agevolmente immaginare una Telemedicina “più coraggiosa” e, soprattutto, più radicalmente innestata nella quotidianità dei pazienti complessi.

Farlo non è difficile. Basta volerlo.

La politica può e deve fare tanto in questa direzione, arrivando persino a incentivare economicamente i comportamenti virtuosi dei pazienti cronici complessi. Per tanto che possa costare, niente di paragonabile ai costi di gestione delle riacutizzazioni improvvise e largamente prevedibili.
Questo tipo di “telemonitoraggio” diventerebbe un’arma potentissima al servizio della prevenzione terziaria.

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