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PNRR e futuro della sanità digitale: per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?

Ora che i soldi sono arrivati, il problema sembra essere diventato come spenderli. Urge mettere le persone e le competenze al centro del processo di innovazione tecnologica

07 Mar 2022

Massimo Mattone

Direttore Responsabile HEALTHTECH360.it

I buoni propositi per il nuovo anno della Digital Health nascevano anche dall’auspicio che non avremmo più avuto alibi per non investire in innovazione e tecnologie digitali per la Salute: la spinta sarebbe venuta, infatti, dai fondi del PNRR.

Promessa, invero, mantenuta: le risorse economiche ora (e finalmente) ci sono.

Ma quanti di noi avrebbero ipotizzato che, paradossalmente, ora che i soldi sono arrivati, il problema sarebbe diventato come spenderli?

Già, perché spendere (bene) dei soldi significa investire risorse in innovazione vera, nel restituire valore al sistema salute. Non certo sprecarli in progetti e progettini “tanto per” ideati e presentati in fretta e furia e rispetto ai quali, dopo averne letto decine e decine di pagine, magari ci si accorge che – ben che vada – puntano a portare in digitale – in un qualche primordiale database – ciò che prima stava su carta o nei registri cartacei delle aziende sanitarie.

Mi è capitato – in questi giorni convulsi di caccia alle idee per i progetti PNNR – di imbattermi personalmente in progetti la cui “innovazione” consisteva in poco più di un foglio di calcolo in cui inserire dati e al più qualche macro che li “elaborava” per organizzarli in maniera “intelligente”.

“Innovare in Sanità non equivale a digitalizzare la burocrazia – ci ricorda al proposito Massimo Mangia.
Esprimere una domanda qualificata – e strumentale agli obiettivi indicati nel PNRR –  è difficile. Prima di tutto, serve una competenza approfondita del dominio, una chiara visione dei modelli e degli obiettivi che si vogliono raggiungere, la padronanza delle nuove tecnologie digitali e la capacità di pensare come impiegare queste ultime per realizzare una trasformazione della sanità che non sia soltanto la trasposizione, in elettronico, di modelli e processi di cura tradizionali”.

Per carità, serve anche questo. Perché se non si parte da qui e non si dematerializza, addio a cartella clinica elettronica, nuovo fascicolo sanitario elettronico e ai grandi discorsi della sanità sempre più data driven.

Ma innovare è qualcosa di più. Significa saper pensare e respirare futuro.
Avere una vision, seguire delle direttrici precise per convergere verso obiettivi. Magari di lungo periodo. Ma chiari. Concreti. E raggiungibili proprio grazie agli investimenti in tecnologie e innovazione.

L’impressione degli addetti ai lavori della salute digitale è che, spesso, chi deve usare le risorse del PNRR non sappia esattamente cosa farsene, come e per cosa utilizzarle. Perso e disperso in una realtà complessa e più grande di lui nella quale ha enormi difficoltà ad orientarsi.
Non solo non conosce la strada per raggiungere i suoi obiettivi d’innovazione, ma è così preoccupato dal dover accedere in fretta ai fondi che non ricorda (o non sa) nemmeno più in cosa sarebbe importante (e utile) investirli.

Una sorta di Totò che – ritrovatosi assieme a Peppino in una Milano troppo grande per loro – non può far meglio che chiedere al vigile:
Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?”.

Che suona simile a: “Per spendere i soldi nelle cose che devo fare, come devo fare?”.

Tutto molto divertente, nel film di Totò. Peccato, però, che in ciò che sta accadendo nella messa a terra del PNRR per la sanità digitale ci sia davvero poco da ridere. E molto da preoccuparsi.

La sensazione, infatti, è che si stia arrivando al paradosso di avere a disposizione, finalmente, sia le risorse che la tecnologia. Ma che – per fare il salto – manchino ancora, purtroppo, le competenze.

I soldi e le tecnologie sono il mezzo. Ma NON sono le PERSONE.
Sono queste che danno la direzione giusta alle risorse, queste che sanno cogliere QUALI tecnologie utilizzare e PER FARE COSA.

Sono queste, le persone, che decidono “dove dobbiamo andare” e “per dove dobbiamo andare”. Che danno una vision orientata all’innovazione a un percorso tecnologico altrimenti fine a se stesso.

Quella di mettere sempre più al centro le competenze (e le persone) è un sentire comune, assai diffuso tra gli addetti ai lavori e tra i (veri) innovatori della sanità digitale.

Ad Antonio Veraldi, che in un post di commento ad un pezzo di Fidelia Cascini, qualche giorno fa, scriveva: “Effettivamente, la leva digitale sembra lo strumento migliore per cogliere gli obiettivi di salute globale. Deve però essere accompagnato con le altre leve di ogni innovazione: le persone e le loro competenze; una governance condivisa e collaborativa, capace di coinvolgere ogni energia vitale”, replicavo, concordando pienamente, che “spesso, paradossalmente, le tecnologie arrivano prima e più semplicemente delle persone e delle loro competenze. Eppure, sono e saranno soprattutto queste ultime a fare la vera differenza. One health resterebbe solo un paradigma senza una parallela “one governance”. Serve condivisione totale: non solo della conoscenza (scientifica e tecnologica) ma anche degli obiettivi (strategici e di governance).
Due binari paralleli per non perdere il treno 2030 e viaggiare spediti in direzione dei tanto auspicati obiettivi di sviluppo sostenibile”.

La cosa bella è che – a volte – nel problema si nasconde anche la soluzione. Che se il problema sono le competenze per spendere bene i fondi del PNRR, negli stessi fondi del PNRR c’è parte della soluzione per spenderli bene.
La Componente 2 della Missione 6 Salute, infatti, prevede specifici investimenti per lo sviluppo delle competenze tecniche, professionali, digitali e manageriali del personale del sistema sanitario con l’obiettivo, tra gli altri, di rafforzare la formazione universitaria in medicina di base e garantire un rafforzamento delle competenze manageriali e digitali del personale sanitario.
Sul tavolo ci sono 737,6 milioni di euro. Finanziamenti che coinvolgeranno, gradualmente, migliaia di persone – circa 6500 – entro il 2026.
Persone che, con le loro competenze, probabilmente sapranno dirci “dove” e “per dove” andare con le idee un po’ più chiare di oggi.

Perché oggi, parlando con chi (tutti i giorni) vive le problematiche del settore sanitario e si sporca le mani sul campo per portare idee, vision, sviluppo e innovazione, è facile accorgersi di quanto sia diffusa la percezione che il PNRR abbia reso ancora più centrale la necessità e l’urgenza di mettere le competenze e le persone al centro della sanità digitale.
Senza di esse, non sapremmo bene cosa farcene di tanti soldi e tanta tecnologia.

I primi, finiremmo per sprecarli senza restituire valore al Sistema Salute.

Quanto alle tecnologie, non sapremmo per cosa usarle. Come indirizzare il loro enorme potenziale per cambiare da dentro una Sanità che ha bisogno di un nuovo modello d’innovazione sostenibile sempre più orientato al paradigma One Health.
Starebbero lì, le tecnologie: belle e pronte, ma chiuse in un cassetto di qualche laboratorio di ricerca o qualche startup particolarmente (troppo?) innovativa per far breccia in un mercato (e in un contesto) a volte incapace di intuirne l’enorme portata.
Finché qualcuno, un giorno, capirà davvero per cosa sia importante e utile usarle.

La vera innovazione in Sanità – in questo particolare periodo storico –  passa soprattutto dalla capacità di intuire che c’è tanto bisogno di quel “qualcuno”.

Per “andare dove dobbiamo andare”, cioè, abbiamo bisogno di sapere “per dove dobbiamo andare”. E questa strada si chiama voglia e desiderio di rimettersi in gioco. Talento ribelle per cambiare lo status quo. Se volete, semplicemente, Persone e Competenze.

Rimettiamole subito al centro dell’innovazione. Ne va del futuro della nostra Salute.

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