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L’innovazione digitale non è una pizza

Aggiornato il 08 Set 2023

Massimo Mattone

Direttore Responsabile HEALTHTECH360.it

“Buongiorno, una margherita, grazie”.
Ti siedi e te la servono. Così com’è venuta al pizzaiolo. Se non è buona, la prossima volta cambi pizzeria.

Con l’innovazione digitale non funziona così. Non è possibile calarla dall’alto.
Soprattutto in Sanità, la cui trasformazione digitale in corso, così profonda e accelerata, non può essere servita come un piatto pronto.

Da qualche parte – però – forse si è ancora convinti che si possa fare innovazione digitale senza confrontarsi con i destinatari di chi deve farne uso nella pratica quotidiana. Che un Sistema Informativo Ospedaliero – ad esempio – si possa ordinare come una pizza.

Qui, su Healthtech360, lo abbiamo ripetuto spesso:

Medicina e Tecnologia sono due mondi che hanno ancora grandissime difficoltà a incontrarsi. Aziende, startup, ricerca scientifica, università e medici operano troppo spesso a “compartimenti stagni”. Urge una visione olistica della salute ispirata alla condivisione della conoscenza.

Un Sistema Informativo che non funziona – sottolineavamo – è soltanto la conseguenza, non la causa, di un atteggiamento e di un modello professionale che vede i medici (e il personale sanitario) operare in solitudine, isolati dal resto delle strutture del Servizio Sanitario Nazionale.

Medici e Tecnologie hanno invece un disperato bisogno di lavorare a braccetto.
I pizzaioli della Sanità Digitale, ossia le aziende tech che creano le piattaforme per i medici, non possono (e non devono) fare tutto da soli. Ad impastare, e a mettere gli ingredienti giusti, devono accogliere accanto a loro tutti gli HCP, abbracciando il modello dell’Open Innovation.
Come si sta facendo, ad esempio, con il Next Generation Healthcare Center, l’infrastruttura tecnologica milanese dedicata all’innovazione e alla sperimentazione in ambito Healthcare dove si renderanno disponibili competenze e facilities hi-tech in cui clinici, ricercatori, tecnologi, partner industriali e startup possano lavorare insieme con l’obiettivo comune di supportare l’Ecosistema Salute per la messa a terra delle tecnologie.

Abbiamo più volte sottolineato, infatti, come i medici possiedano, per esperienza e formazione professionale, la conoscenza della pratica clinica. E abbiano consapevolezza delle loro esigenze e di tutti gli ambiti che vi incidono, tra cui gli aspetti medici, assistenziali, organizzativi, amministrativi e di privacy. Ma anche come, viceversa, spesso non abbiano una profonda conoscenza delle tecnologie, sia per quanto riguarda le potenzialità che queste possono offrire, sia per gli aspetti più ingegneristici.

Le aziende che sviluppano soluzioni tecnologiche, soprattutto quelle digitali, dominano questi aspetti ma non conoscono, se non sommariamente, il mondo della Medicina reale.

Come evidenziato da Massimo Mangia, qui su Healthtech360, si tratta anche di un problema che riguarda la costituzione delle “content factory” dell’innovazione digitale in Sanità: molte startup, ma lo stesso vale anche per aziende di grandi dimensioni e dalla lunga storia – osserva Mangia – progettano e sviluppano soluzioni e tecnologie senza avere una conoscenza approfondita della pratica clinica e di tutti gli aspetti che la caratterizzano. Sono davvero poche le startup/aziende fondate da medici insieme ai tecnici che sviluppano l’innovazione.

Le aziende ICT della Sanità sono costituite tra informatici e laureati in discipline scientifiche (Ingegneria, Fisica, Matematica), mentre medici e infermieri sono una rarità.

Come osservavo qualche tempo fa – e il recentissimo esempio della sanità veneta di cui sopra ne palesa l’estrema urgenza – occorre far comunicare tra loro Medicina e Tecnologia, creando quel cortocircuito essenziale tra chi sa e chi fa, tra chi è alla base della conoscenza teorica e chi si sporca le mani sul campo per trasformarla in prodotti e servizi per la nostra salute: medici e tecnici, ricerca accademica e startup, istituzioni e imprese. Mondi che, troppo spesso, operano in maniera sconnessa, non integrata, a compartimenti stagni. E che – inevitabilmente – hanno ancora grandissime difficoltà ad incontrarsi.

E poi c’è anche il problema pratico di portare queste innovazioni all’interno delle Aziende Sanitarie e degli Ospedali (ASL/AO), di farle cioè “digerire”, vincendo la naturale resistenza al cambiamento che tutto ciò comporta. Introdurre le innovazioni digitali in Sanità, i manager del settore lo sanno bene, è infatti un percorso ad ostacoli pieno di sfide.

Come sottolineato da Monica Calamai – qui su HealthTech360 – nella sua esperienza d’innovazione digitale in qualità di Direttore dell’AUSL Ferrara – la trasformazione digitale come strategia di sviluppo non va considerata una mera implementazione ed adozione delle nuove tecnologie, ma un vero e proprio cambiamento della visione strategica, al fine di orientarne le linee di sviluppo, con conseguenze anche a livello organizzativo. E tale trasformazione va operata anche con un pieno coinvolgimento degli attori interni coinvolti (change management).

Insomma, perché la pizza dell’innovazione digitale sia gradita a chi l’ha ordinata, occorre tenere in conto un bel cocktail di ingredienti e aver cura di impastarla tutti assieme: medici, tecnici, ricercatori e manager sanitari e dell’innovazione.

La Sanità in Italia non può attendere: ha necessità di un profondo cambiamento. Che non ci sarà mai fino a quando tutti noi non ci ficchiamo in testa che l’innovazione digitale non è una pizza.

Non è qualcosa che si ordina. È un percorso in cui credere. E lo si costruisce tutti assieme.

Articolo originariamente pubblicato il 05 Set 2023

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