Governance digitale

Governo Meloni: non c’è il Ministro per l’innovazione. Perché?

Se lo stanno chiedendo in tanti, tra gli addetti ai lavori. Tra chi pensa che sia un grave errore e chi, invece, ritiene che non sia un problema. Le due tesi a confronto

Pubblicato il 24 Ott 2022

Nel Governo Meloni non c’è traccia di un Ministro per l’innovazione. Perché?
Se lo stanno chiedendo un po’ tutti in questi giorni. Tra gli addetti ai lavori, serpeggia la paura che sia il segno di una scarsa sensibilità del nuovo esecutivo, un chiaro segnale del non considerare come una  priorità l’innovazione e il digitale, proprio nel momento in cui, nella Sanità e non solo, occorre mettere a terra, direzionare e trasformare in valore vero i tanti progetti finanziati attraverso i fondi del PNRR.

Ma è proprio così? La mancanza di uno specifico Ministro per l’innovazione è davvero una grossolana (quanto grave, in tal caso) svista del nuovo esecutivo o potrebbe nascondere un’interpretazione e un approccio strategico diverso ai temi del Digitale e dell’innovazione?

Inoltre: il sistema delle deleghe a sottosegretari – da molti ipotizzato quale scelta futura del Governo per “rimpiazzare” il Ministro per l’innovazione – potrà funzionare davvero? E se sì, con quali soluzioni?

Ministro per l’innovazione: serve una figura di riferimento specifica

È molto interessante – per rispondere alle domande di cui sopra – partire dal punto di vista di Giovanni Gentili, Dirigente Politiche di sostegno alla digitalizzazione Regione Umbria.

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“Non c’è più il MITD Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione – afferma Gentili -. Le deleghe di Colao erano ampie: telecomunicazioni (BUL e 5G), digitalizzazione delle PA e infrastrutture digitali del Sistema Paese (PSN/cloud, piattaforme, anagrafi, ecc.), fascicolo sanitario elettronico/telemedicina, competenze digitali, 4.0 per imprese, intelligenza artificiale, space economy.
In nessun commento della TV/stampa generalista ho visto commentata la sparizione del MITD – fa notare Gentili -. Tutti concentrati sulla sovranità alimentare e su ‘made in Italy’ che é scritto in inglese. Questo ci dice – sottolinea Gentili – che innovazione e digitalizzazione non sono ancora nel DNA del Paese, e quindi serve ancora un presidio politico specifico, una figura di riferimento in grado di dialogare/trattare con tutti i ministri con portafoglio.

Manca il ministro per l’innovazione: tutto risolto con le deleghe?

Il premier può assegnare delle deleghe ad un sottosegretario ad hoc, ma difficilmente una figura di questo tipo potrà mantenere l’ampiezza dei temi in precedenza assegnati a Colao – osserva Gentili -. Che ipotizza 2 soluzioni:

1 – Tutte le deleghe in un Ministero più grande

In questo caso, tutte le deleghe restano compatte e vanno all’interno di un ministero maggiore, come il MEF (cuore nevralgico di ogni governo) oppure il MIMI (il nuovo MISE). Impossibile collocare i temi in questione in altro ministero, dato che i punti di contatto sarebbero meno. In tal caso, il Dipartimento DTD viene spostato per legge dalla PdCM al ministero prescelto più o meno con le stesse competenze (al MISE potrebbe perdere qualcosa lato comunicazioni). Al MEF potrebbe esserci, invece, un Viceministro all’innovazione e digitalizzazione.

2 – Nasce un sottosegretario alla trasformazione digitale e il Dipartimento DTD resta alla PdCM

Una figura di questo tipo, per funzionare, dovrebbe avere uno standing politico personale molto elevato che gli permetta di parlare con i ministri esercitando una moral suasion che vada oltre il “grado”. Infatti, se fosse un tecnico, avrebbe poco peso… Un sottosegretario neanche partecipa alle riunioni del Consiglio dei Ministri.

(2-bis)  – Riallocazione delle competenze

Così facendo, però (soluzione 2, ndr), il Dipartimento DTD perderebbe per forza delle competenze che – dice Gentili – verrebbero riallocate nei ministeri più prossimi, come ad esempio:

  • telecomunicazioni (BUL e 5G), 4.0 per imprese al MIMI (ex MISE)
  • digitalizzazione delle PA al Ministro per la Pubblica amministrazione
  • infrastrutture digitali del Sistema Paese (PSN/cloud, piattaforme, anagrafi, ecc.) resterebbero al DTD oppure andrebbero al MEF (che già controlla Sogei e varie piattaforme)
  • fascicolo sanitario elettronico/telemedicina al Min. Salute
  • competenze digitali al MIM (Istruzione e Merito)
  • intelligenza artificiale e space economy al MUR (Università e Ricerca)

Infine, in base alle decisioni di cui sopra, andrà in ogni caso ridisegnata la governance sottostante l’ex MITD, ovvero rivisto il ruolo di:

  • Agenzia per l’Italia Digitale (AgID)
  • Agenas quale agenzia per sanità digitale
  • Società in house PagoPA SpA
  • Società in house 3-I SpA

oltre ai ruoli assegnati a SOGEI, IPZS e via dicendo”.

Niente Ministro dell’innovazione. Ma è davvero un problema? C’è chi dice no

Tra i nomi dei ministri del Governo Meloni manca il Digitale.
È davvero un problema?
A mio avviso noafferma Andrea Lisi, Avvocato, Divulgatore scientifico Digital & Law e Presidente di Anorc Professioni -. Sinceramente – prosegue Lisi – continuare a confinare la trasformazione digitale in capo a un Ministero senza portafoglio e di scarsa rilevanza strategica, peraltro sfilacciato rispetto agli altri ministeri e incardinato in un sistema dedicato al digitale che è un Giano bifronte, anzi trifronte – cioè un vero e proprio mostro a tre teste che deve ogni giorno districarsi tra Dipartimenti dedicati e Agenzie Tecniche, senza che ci sia un’unica e chiara guida autorevole e con i poteri necessari per prendere decisioni – era ed è stato sino ad oggi un grande limite.
Da tempo sostengo che il Presidente del consiglio direttamente deve essere CDO (Chief Digital Officer) del suo Governo e fare in modo che l’innovazione digitale pervada tutte le scelte dei vari ministeri, coordinandole con piglio deciso e facendo ordine tra deleghe tecniche e poteri delegati.
Non so se Giorgia Meloni ne sia consapevole e se ne sarà capace, ma non ritengo la scelta sbagliata, anzi può essere scelta saggia e responsabile. Attenderò con attenzione le prossime scelte.

Ritengo che – tiene ancora a precisare (e ribadire) Lisi – a ormai trent’anni dal D.Lgs 39/1993 e 25 dalla Bassanini bis – questo Paese meriterebbe finalmente un presidente del consiglio CDO (Chief Digital Officer), con funzioni accentrate orizzontalmente e avocate a sé in modo da pervadere di innovazione digitale ogni ministero, come dovrebbe essere. E magari, così, semplificare finalmente la cabina di regia che è un Giano bifronte (o forse trifonte!).
Ovvio che la palla passerebbe a un sottosegretario con delega specifica e ampi poteri di coordinamento (come in Francia che, non per nulla, ci ha “sottratto” Franco Bassanini per anni).

Io attenderei prima di criticare la mancanza di un ministero specifico (e senza portafoglio). Vediamo cosa deciderà di fare Giorgia Meloni – chiosa Lisi”.

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